mercoledì 9 dicembre 2009

EREDITÁ SEGRETA

Ereditá segreta

Tullia si lasciò cadere dallo scivolo, col sole in faccia che le rubava il sorriso. Atterrò sulla sabbia e si rialzò in piedi di scatto, perché la sua amica Chiara stava venendo giù. Ebbe una breve sensazione di vertigine e avvertì qualcosa di caldo e bagnato. Il primo pensiero, il più imbarazzante, fu che si era fatta la pipì addosso. Ma c’era qualcosa di strano…
Allungò le dita sotto la gonnellina di fiori, sfiorando una patina umida che ricopriva le mutandine. Quando si guardò i polpastrelli trattenne un urlo e scappò via. Le amiche erano troppo sorprese per correrle dietro.
Sua madre l’aveva avvertita che sarebbe successo. Ormai aveva dodici anni compiuti, e le ragazze a quell’età diventavano donne, o almeno così si diceva dalle sue parti. A Chiara ad esempio erano venute un mese prima, ed era stata una mezza tragedia. A scuola si era data per malata, e ai giardini non si era vista per una settimana. Quando Tullia la rivide sembrava davvero cambiata. Che strano che era il corpo delle ragazze, aveva pensato.
E adesso succedeva a lei. Doveva tornare subito a casa, ma non dire niente al papà e alla mamma, perché quella situazione era davvero imbarazzante. Glielo avrebbe detto con calma, magari a cena, o meglio domani.
Entrò in casa dalla porta sul retro, quella che dava sul giardino, salutò veloce la madre che era impegnata col piccolo Luca, salì le scale tre alla volta e si infilò nel bagno. La doccia avrebbe gettato troppi sospetti sul suo rientro inaspettato, così optò per il bidè. Si sfilò le mutandine e le gettò lontano, poi si sedette sopra l’acqua e incominciò a pulirsi. Voleva vedere meno sangue possibile, non perché le facesse impressione, figuriamoci, ma perché la faceva sentire sporca.
La sua testa lavorava a cento all’ora. Doveva trovare quei pannolini che usava la mamma, afferrarne uno al volo e poi schizzare veloce in camera da letto per cambiarsi. Suo padre era a lavoro e non sarebbe tornato fino alla ora di cena. La madre la chiamò un paio di volte da basso, ma lei era stata veloce a risponderle con naturalezza che doveva urgentemente usare il bagno, il che non era proprio una bugia.
Il problema più grosso erano le mutandine, che senza neanche degnare loro di un’occhiata aveva scaraventato oltre il bordo della vasca da bagno. Giacevano laggiù, piene di sangue, ad imbrattare la ceramica tirata a lucido dalla madre. Le avrebbe sciacquate velocemente nella vasca e poi nascoste da qualche parte.
Si riscosse da quei pensieri. Quanti minuti erano passati, uno, dieci, cento? L’acqua del bidè continuava a lambirle le parti intime. Poteva bastare, pensò, e chiuse il rubinetto. Si asciugò con della carta igienica per non lasciare tracce e finalmente si alzò in piedi. Adesso le mutandine, pensò…
Si avvicinò alla vasca da bagno, gettò lo sguardo oltre il bordo, e vide esattamente quello che si era aspettata, ma non proprio…
“Che caspita significa?” sussurrò la ragazza appena fatta donna.
Non era la prima volta che vedeva il sangue, però quello era diverso. Glielo aveva accennato la mamma, e Chiara le aveva detto infatti era molto più scuro, quasi marrone. Ma ciò che vedeva nella vasca era ben altro.
Quando poco prima si era guardata le mani non ci aveva fatto caso. Il sole abbagliante le aveva giocato uno scherzo, o forse era stata la sua testa, fatto sta che aveva dato per scontato che fosse rosso. Invece…

A Tullia non erano mai piaciuti i broccoletti. La mamma ci faceva la pasta perché suo padre ci andava matto, ma lei la preferiva col burro e formaggio. A tavola gli adulti parlavano dell’assicurazione dell’auto, delle ferie in agosto e della lavatrice che perdeva acqua. Luca afferrava le penne con le mani e se le metteva in bocca, sorridendo con i suoi sei dentini. Aveva le guance così imburrate che riflettevano il neon sopra la tavola. Lei invece spostava con precisione la pasta rimastale nel piatto, formando piccole figure geometriche, un triangolo, un quadrato, un pentagono…
«Che c’è Tullia, non hai fame?» domandò suo padre. Era un uomo molto gentile, e a volte lei riusciva a perdersi nei suoi occhi, ma che ne poteva sapere lui delle ragazze di dodici anni e dei loro problemi.
«No…» rispose lei svogliatamente.
«C’è qualcosa che non va?» incalzò sua madre. Perché dovrebbe esserci sempre qualcosa che non va se non si ha appetito, pensò. Era sul punto di dare voce a quel pensiero quando si fermò e abbassò la testa.
In quel momento successe qualcosa di veramente strano. Fu come se un’ombra, non proprio cattiva ma in qualche modo aliena, fosse calata sulla tavola. Persino Luca se ne accorse perché smise di sorridere e lasciò andare la penna che aveva in mano.
Tullia alzò lo sguardo e vide i suoi che si guardavano intensamente negli occhi. I loro volti sembravano cambiati, il silenzio stava diventando ancora più imbarazzante del segreto di Tullia, per questo la ragazza decise di romperlo.
«Che succede?»
Allora la madre la guardò. «Ti sono venute?»
La ragazza diventò rossa come un peperone. «Ma mamma…» mormorò lei, facendo un cenno con la testa in direzione del padre, per lasciarle intendere che quelle erano cose di cui non si poteva parlare in presenza di uomini. E poi la questione era un po’ più complicata di così…
«Di che colore…» la domanda del padre, inaspettata e incompiuta, la fece voltare di scatto.
«Cosa?»
«Amore, non preoccuparti, rispondi a tuo padre» la rassicurò la madre.
Un parte di lei voleva sputare fuori quell’assurdo segreto, abbracciare il padre, chiarire quella stupita situazione, ma un secondo prima di riuscire a liberarsi di quel peso, fu colta da un pianto isterico, irrazionale e diluviante. Lasciò la tavola e corse al piano di sopra, sbattendo violentemente la porta della sua stanza. Poi affondò il volto nel suo cuscino.

«Lasciatemi in pace…»
Si era aspettata che sarebbero venuti a bussare alla porta, ma ce ne avevano messo di tempo. Lei si era quasi addormentata, e forse sarebbe stato meglio così, pensò.
«Vuoi parlarne domani?» Era la voce di suo padre. Perché lui? Che cosa c’entrava lui? Quelle erano cose che normalmente si discutevano insieme alle madri… Ma quella non era una situazione normale, e lei lo sapeva bene. E poi quell’ombra caduta sulla tavola, pochi minuti prima, che significava?
«No, entra…» riuscì a rispondere, ma rimase aggrappata al cuscino. Se suo padre voleva davvero parlarle, allora lo avrebbe fatto con la sua schiena.
Lo sentì chiudere la porta e accomodarsi sul bordo del letto. Ascoltò il suo respiro e avvertì l’odore pungente del dopobarba, anche se a fine giornata ne rimaneva ben poco ed era mescolato al suo odore. C’era qualcosa nell’odore di suo padre che la faceva sentire strana, più vicina a lui ma in modo diverso. Era innegabile il fatto che si somigliassero molto, lo dicevano tutti.
«Se hai delle domande sono qui…» disse lui. E che cavolo significava, pensò Tullia. Certo che aveva delle domande, mille domande, ma lui non era certo la persona alla quale voleva porle. Oppure…
«Siamo diversi, non è vero?» riuscì a dire, senza neanche sapere bene perché.
«Tutti siamo diversi, amore…» rispose lui.
Al diavolo la difensiva. Al diavolo l’imbarazzo. Tullia si alzò mettendosi a sedere sul letto di fronte a suo padre. Aveva gli occhi bagnati di lacrime e i capelli arruffati.
«Sanguino oro! Che cavolo significa papà?»
Lui le prese le mani tra le sue e le disse: «Guardami!»
Tullia guardò negli occhi di suo padre, occhi castani e profondi, e li vide cambiare, diventare verdi accesi, come due pietre preziose in controluce. Il respiro le si bloccò nel petto. Provò a parlare ma non riuscì ad emettere alcun suono. Seguì invece la luce di quegl’occhi, che la invitavano a guardare più da vicino, a sprofondare in quell’abisso smeraldino. Avvertì il cambiamento, ma lo riconobbe solamente nel momento in cui intravide la sua immagine riflessa negli occhi del padre. Anche gli occhi della ragazza erano cambiati.
«Riesci a sentirlo?» domandò lui, stringendole più forte le mani.
Era il cuore di fuoco, fulgido e dirompente, pulsava nel suo petto pompando sangue e lava.
«Padre, chi siamo?»
«Lo devi scoprire da sola…. Seguimi…»
E Tullia seguì il padre dentro l’abisso. Vide cieli striati di nuvole e tramonti su paesaggi stranieri, picchi innevati e valli incontaminate, un giro di giostra nel cielo azzurro, a cavallo di un’aquila reale oppure di un pegaso, come nelle favole… Giravolte, virate e picchiate, col vento tra i capelli e il profumo dei sempreverdi nelle narici.
«Chi siamo…?» sussurrò ancora. Ma aveva già risposto a quella domanda. Doveva solo convincersi.
Continuò a volare insieme al padre, perché era davvero bellissimo e non avrebbe mai voluto smettere. Tullia volò, riscoprendo le sue radici, accettando il suo destino, abbracciando l’ignoto.
Sono un drago, pensò. È incredibile, ma è davvero così…

«E mamma?» domandò Tullia, una volta rientrata nel suo corpo.
«Mamma è umana…» rispose il padre.
«E Luca?»
«Ancora non è possibile saperlo. L’eredità si riconosce col passaggio all’età adulta.»
«Capisco…»
Adesso il padre aveva assunto un’espressione distaccata, quasi preoccupata.
«C’è dell’altro, vero?» intuì la ragazza.
«C’è sempre dell’altro…» rispose il padre sforzandosi di sorridere. «Però per adesso può bastare. Sappi solo una cosa; c’è una guerra in corso tra noi draghi di smeraldo e quelli di rubino. Sono ormai millenni che va avanti. Molti di noi si sono persino dimenticati le ragioni che ci spingono ancora a combatterci. Un giorno te ne parlerò…»
«Ok papà…»
I due si abbracciarono, uniti da un segreto troppo grande per il mondo di tutti i giorni; lavoro, scuola, assicurazioni e lavatrici difettose.
«Promettimi solo una cosa.»
«Cosa?»
«Se dovessi incontrare un rubino… scappa!»

Aeribella Lastelle 2009

mercoledì 18 novembre 2009

LA SINDROME DEL SENSO DI COLPA

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Carey Wolf apre gli occhi alle sette e trentacinque in punto. L’impulso viene da una zona circoscritta del cervelletto, quella destinata alle connessioni. La sveglia interna lo informa dell’ora, del giorno, dell’anno e degli appuntamenti in agenda. In meno di tre secondi Wolf è a conoscenza della temperatura esterna, di quella interna, della probabilità percentualistica di precipitazione e delle ultime news, settate secondo priorità: cronaca, politica, sport, annunci-incontri.
Carey Wolf vive in un penthouse che si affaccia su Londra. L’intero edificio è di sua proprietà, così come l’elicottero posteggiato sulla pista d’atterraggio, che è anche la terrazza del suo appartamento. Alle nove e quindici ha un appuntamento dall’altra parte della città; appena venti minuti di volo.
Sotto la doccia visiona il notiziario, mentre si veste conclude un paio di operazioni bancarie, davanti ad un caffè fumante contatta la sua segretaria, le da disposizioni, chiama Tokio, Parigi e Washington, il tutto senza toccare un solo dispositivo. Interfaccia cerebrale Mitros; trattarsi bene è un dovere.
La giornata sfila via senza intoppi. Appuntamenti di lavoro, lunch insieme agli amici, un salto in ufficio nel pomeriggio, il tennis club fino alle cinque, l’aperitivo con Tania, contattata attraverso l’open-chat Aphrodite, sushi accompagnato da un Krug Vintage, sesso in ascensore, giochi erotici e coca nella suite dell’Hotel Palace, ovviamente di sua proprietà. Il sonno lo rapisce felice.

Roman Baker si sveglia tra le lenzuola di seta dell’Hotel Palace. Accanto a lui c’è sua moglie Penelope, capelli neri, occhi profondi come il mare e un culo da urlo. Sono sposati da sole ventiquattro ore ma qualcosa in Roman gli dice che non sarebbero durati fino a fine anno. Sul momento gli sembrava una buona idea; il matrimonio, la luna di miele a Londra, ma soprattutto il sedere di lei. Si conoscevano da poco più di un mese e non l’aveva mai vista andare fuori di testa come la sera prima.
Sul tavolino da tè della suite rimanevano un paio di strisce di coca, quelle che lui aveva rifiutato. Il naso di Penelope sembrava un aspirapolvere. Si era avventata su di lui strappandosi la camicetta, cercando disperatamente la lampo dei suoi calzoni, quando improvvisamente la scena dall’erotico si era trasformata in grottesco. Un fiotto di sushi e champagne era sgorgato dalla sua bocca, battezzando le lenzuola della loro prima notte d’amore.
Roman si alza e si accende una sigaretta. L’interfaccia lo ha appena informato dell’ora e delle condizioni meteorologiche, oltre a ricordargli per filo e per segno gli eventi appena trascorsi. Le due del pomeriggio. Con lei fuori gioco c’era d’aspettarsi di passare tutta la giornata tra le mura di quella dannata suite. Tanto valeva riordinare un po’ la stanza.
Più tardi Penelope apre gli occhi, sente il suono del televisore, fa per alzarsi ma un terribile mal di testa la convince a rigirarsi di nuovo tra le lenzuola e a riaddormentarsi.
Alle otto e quindici Ramon ordina la cena; bistecca, insalata ed un bicchiere di vino per lui e un tè per lei. È ancora a letto. È dispiaciuta. Vorrebbe farsi perdonare ma la testa le scoppia.
Alle dieci e cinquantacinque dormono nuovamente entrambi come due angioletti.

Emmilian Lalonde non ama gli hotel, ma oggi è a Londra per lavoro e il Palace è uno dei migliori. L’interfaccia gli dice che sono le sei e cinquantacinque e che tra poco più di mezz’ora lo verranno a prendere. Sua moglie Linda, che dorme profondamente accanto a lui, ha regolato la sveglia alle otto. Non la disturba, ma non può fare a meno di accarezzarle i capelli, velluto nero sulla seta delle lenzuola. Sarà comunque di ritorno all’hotel per pranzo, dopo il sopralluogo al Grand Terminal.
Emmilian Lalonde, ingegnere informatico, trentadue anni, sposato da quattro, impiegato del governo, residente a Northampton, apre i files nella sua testa, come farebbe davanti a uno schermo. Invece è sotto la doccia, usa uno shampoo antiforfora e si chiede se non rimarrà calvo prima dei quaranta. Abito grigio, senza cravatta perché la odia, sfiora la testa della moglie con le labbra prima d’imboccare la porta ed uscire nel corridoio dell’albergo. Gli rimangono poco più di dieci minuti per la colazione. Nel frattempo si ripassa il programma; aggiornamenti al software Wakeup, controllo ricezioni satellitari, installazione nuovo sistema operativo. Una mezza giornata di lavoro buona. Il caffè è eccellente.
L’auto è una di quelle del governo, nera coi finestrini opachi. Si ferma davanti all’entrata della lobby anche se non potrebbe. Il portiere fa finta di niente. Ne esce un tipo alto, stempiato, abito nero, occhiali rigorosamente scuri, portamento distaccato, movimenti chirurgici. Lalonde, comodamente seduto sul divano davanti alla reception, lo osserva venirgli incontro con passo sicuro.
«Mister Lalonde?» La sua voce è asettica.
«Si, sono io.»
«Andiamo…»
L’abitacolo è diviso da un vetro. L’uomo siede accanto all’autista, mentre Lalonde è da solo sul sedile posteriore. Le corsie preferenziali di Londra sono semideserte, pochissima la gente sui marciapiedi. Molti negozi sono ancora chiusi; non sono ancora le otto.
Lalonde si rilassa con un po’ di musica. Seleziona la playlist lounge, chiude gli occhi e si lascia trasportare. Pensa ai baci di Linda, al suo profumo, al modo in cui hanno fatto l’amore, tra le lenzuola di seta dell’Hotel Palace. Dio come l’amava!
Lalonde riapre gli occhi su un assolo di sax. C’è qualcosa che non và. La strada non è quella giusta. Bussa al vetro, chiede spiegazioni all’autista e al suo amico ma nessuno gli risponde. Gli sportelli sono ovviamente bloccati. I finestrini anche. Mentre immagini di una periferia sconosciuta scorrono attraverso i vetri, Lalonde si chiede in quale guaio sia finito. Le connessioni nella sua testa sono partite. Non gli è più possibile comunicare con l’esterno.
«Dove mi state portando? Cosa è successo al mio interfaccia?» urla attraverso il vetro, ma i suoi rapitori non si voltano neanche a guardarlo.
Pensa veloce, prova a riaccedere al server madre, ma niente da fare, è tagliato fuori. Usa un programma interno rivelatore di impulsi. C’è qualcosa nella parte posteriore dell’abitacolo che altera la ricezione, se solo riuscisse ad aggirare il problema potrebbe avvertire il Grand Terminal, ma deve fare in fretta. Gocce di sudore gli imperlano la fronte, mentre smuove i pezzi di uno strano puzzle nella sua testa. Ecco, ci siamo quasi…
…ma l’impulso cambia improvvisamente di frequenza, e questa volta è doloroso. Lalonde si accascia sui sedili posteriori dell’auto nera, sprofondando in un oblio digitale.

Quando riapre gli occhi la luce di un neon lo abbaglia. È disteso su un lettino reclinabile di pelle nera, dentro una stanzetta vuota. C’è una porta alla sua destra e un ampio specchio alla sua sinistra. Qualcuno lo sta osservando al di là di quel vetro, ma non è il suo interfaccia a suggerirglielo. Quello è ancora inaccessibile.
Dolorante si mette a sedere. Hanno giocato un po’ con il suo sistema neurale, usando frequenze proibite. Il risultato è come un giro nel portabagagli di un auto senza sospensioni.
La porta si apre. Entra un uomo sulla cinquantina, calvo, con gli occhiali, il camice bianco, una cartelletta in mano. Qualcuno richiude la porta da fuori; è il tipo con gli occhiali scuri.
«Buongiorno signor Lalonde, il mio nome è Valentin Sayer, oppure dottor Sayer se le và…»
«Dove diavolo sono? Chi siete voi?» Lalonde cerca la voce arrabbiata, ma riesce appena a sollevare la testa. Tossisce, si stringe le tempie, ritorna distendersi sul lettino.
«Non si affatichi. Vedrà, le passerà presto.»
Questa volta non risponde. Sa già che non ne vale la pena.
«Mi spiace per ciò che sta passando, ma presto si renderà conto che quello che vi abbiamo fatto era necessario…»
«Stronzate…» sussurra Lalonde con le mani sul volto. Se solo potesse riaccedere al suo interfaccia, pensa.
Il dottor Sayer riprende a parlare «…non mi sembra il caso di andare avanti, adesso. Le darò qualcosa per far calmare i dolori. Riprenderemo più tardi.»
Nei minuti susseguenti un’infermiera gli somministra degli antidolorifici per endovena. Mezz’ora dopo i dolori sono scomparsi, ma l’accesso al deck interno è sempre sbarrato.
«Fatemi uscire!» urla, sbattendo i pugni sul vetro. Valentin Sayer rientra nella stanza. Ha una sedia pieghevole. La apre e si accomoda davanti al lettino del prigioniero.
«Adesso mi ascolti bene signor Lalonde, e cerchi di prestarmi attenzione. Tra meno di un’ora sarà di nuovo sull’auto e questa volta in direzione del Grand Terminal.»
«Che cosa vuol dire tutto questo?»
«Glielo sto cercando di spiegare, signor Lalonde. Si sieda ed ascolti.»
Riacquistata un minimo di tranquillità, Lalonde prende posizione sul lettino di pelle. È aggrappato alla promessa del dottore; tra meno di un’ora tornerà tutto normale.
«Quello che sto per rivelarle le sembrerà assurdo, ma non ho nessun altro modo per convincerla se non quello di raccontarle come stanno le cose. Starà a lei crederci oppure no.»
Sayer usa una pausa per assicurarsi che il suo interlocutore lo stia seguendo. Lalonde mette su uno sguardo scettico ma pare concentrato. La storia incomincia.
«Come lei sa il Grand Terminal di Londra gestisce tutti gli impulsi dei maggiori network. Li seleziona, li smista, li traduce e li converge ai ripetitori ai quattro angoli del pianeta. Il 98% della popolazione mondiale utilizza degli implant-deck che quotidianamente vengono aggiornati con nuovi flussi di informazioni; previsioni metereologiche, notizie, annunci e aggiornamenti per la navigazione in rete. Il suo lavoro è proprio quello di monitorare il sistema utilizzato dal Grand Terminal. Le spiace se fumo?»
Valentie Sayer estrae un pacchetto di sigarette al mentolo.
«No, si figuri» risponde Lalonde, ma l’odore del tabacco aromatizzato gli mette subito la nausea.
Sayer riprende a parlare.
«Quello che non sa è che in realtà il Grand Terminal è il più grande esperimento di acquietamento mai realizzato. Ciò che trasmette regolarmente ogni giorno a milioni di persone, pochi istanti prima del loro risveglio, non è solamente una manciata di informazioni di comune utilizzo; orario, temperatura, messaggi di segreteria ecc. Come lei certamente saprà gli interfaccia interagiscono direttamente con la zona del cervello riserbata alla memoria, moltiplicando la sue capacità di storage a seconda della potenza del dispositivo in dotazione. L’impulso lanciato dal Grand Terminal ogni giorno al 98% della popolazione mondiale cancella sistematicamente la cartella “memoria” e la riempie con nuove informazioni. Come conseguenza succede che ogni individuo ha una percezione diversa della propria vita ogni singolo giorno.»
Le parole del dottor Sayer rimangono prigioniere della piccola stanza. Lalonde prova ad afferrale, a farle sue, ma queste gli scivolano via.
«Lei è pazzo!» borbotta.
«Mi faccia spiegare. Ancora qualche minuto e poi sarà libero di andarsene.» Spenge la sigaretta schiacciandola sul linoleum e apre la cartellina che ha in mano.
«Lei oggi è il signor Emmilian Lalonde, felicemente sposato con la signora Linda Lalonde, che al momento si trova sotto la doccia nella vostra suite dell’Hotel Palace. Lei crede di essere arrivato ieri sera a Londra con il treno delle diciotto, di aver fatto il check-in, di aver cenato al ristorante dell’albergo, di essere salito in camera e di aver fatto l’amore con sua moglie. In realtà ieri lei era il signor Roman Baker, che a sua volta credeva di essere in viaggio di nozze con sua moglie Penelope. Il giorno prima invece era il signor Carey Wolf, proprietario dell’Hotel Palace, arrivato nella medesima stanza nella quale vi siete svegliato stamattina insieme a Tania, una ragazza di facili costumi. Ovviamente avrà già capito che Tania, Penelope e Linda sono la stessa persona. L’impulso non riesce a cancellare completamente tutti i ricordi. Se lei prova a concentrarsi su questi nomi, Roman Baker e Carey Wolf, forse riuscirà a rammentare qualcosa…»
Lalonde chiude gli occhi, vorrebbe ridere a squarciagola e uscire da quella situazione insensata, ma qualcosa lo trattiene. Si concentra sui due nomi. È tutto così assurdo… Frammenti di una vecchia pellicola gli scorrono davanti agli occhi; un volo in elicottero, una partita a tennis, un pompino in ascensore, due strisce di coca sul tavolino dell’hotel, una bistecca con insalata…
«Che diavolo significa?» urla.
«Adesso si calmi, ho quasi finito» lo rassicura il dottor Sayer. Poi riprende a parlare.
«Stiamo monitorando l’esperimento da circa due anni e crediamo che sia venuto il momento di interromperlo. Per questo motivo lei è qua. Le daremo istruzioni per innescare il programma di disinstallazione, una volta che raggiungerà il Grand Terminal. Ma prima vorrei spiegarle i motivi di quello che stiamo facendo.»
Sayer cerca una posizione più comoda sulla sua sedia e si accende un’altra sigaretta al mentolo.
«L’inaudita escalation di violenze, guerre e calamità accadute nella prima metà di questo secolo hanno convinto alcune persone nelle stanze dei bottoni ad iniziare un piano di selezione demografica estremamente rigido. Le sue percezioni del mondo le fanno credere che siamo più o meno sette miliardi, ma non è così. La popolazione mondiale conta poco più di cinquecento milioni di persone. La selezione ovviamente ha preferito le civiltà più avanzate, e il risultato è stato ottenuto attraverso una sistematica pulizia etnica ai danni delle popolazioni più retrograde. Una volta conclusasi questa prima fase, si è operata un’equa spartizione delle risorse energetiche e delle terre. Per qualche anno il nuovo ridimensionamento geopolitico ha giovato grandemente all’umanità. Sono terminati i conflitti e si sono risolti i problemi relativi alla scarsità delle risorse primarie; gas, petrolio e acqua. Purtroppo dopo un paio di anni si sono avvertiti i primi sintomi di quella che tra noi addetti ai lavori chiamiamo semplicemente la “sindrome del senso di colpa”. La maggior parte della popolazione, malgrado il bel vivere, non riusciva a sopportare l’idea di aver partecipato, attivamente o passivamente, allo sterminio di più di sei miliardi di persone. Le prime conseguenze furono degli stati depressivi di massa che portarono al suicidio un numero impressionante di persone. Si iniziò subito un primo programma di acquietamento, cercando di rimuovere i ricordi della pulizia etnica ma purtroppo, come ha appena constatato lei di persona, non è facile cancellare completamente il supporto mnemonico del cervello. Fu così che avviammo il secondo programma di acquietamento, cioè quello in corso. I supporti di memoria della popolazione mondiale sono stati cancellati e riprogrammati più di seicento volte ormai, e crediamo che si sia finalmente persa ogni traccia di quelle terribili testimonianze. Per questo è giunto il momento che ognuno si riappropri della sua identità.»
Lalonde ascolta il suo corpo e cerca di convincersi che tutto quello che gli è appena stato detto è un’enorme frottola. Ma qualcosa dentro di lui gli sussurra che non è così.
«Prenda questo supporto e lo inserisca nel deck del Grand Terminal. Penserà a tutto lui.»
Sayer consegna nella mani tremanti di Lalonde un microchip. Poi l’uomo con gli occhiali scuri entra nella stanza, lo prende gentilmente per un braccio e lo accompagna fuori, attraverso uno stretto corridoio, e poi oltre una porta grigia di metallo. L’aria gelida del mattino spazza via la nausea delle sigarette al mentolo. C’è l’auto nera ferma in un enorme parcheggio vuoto. Lalonde viene condotto nell’abitacolo, il motore si accende e meno di cinque minuti più tardi la zona periferica industriale è già alle sue spalle.
L’incubo è finito, pensa. Questa gente è pazza!
Poi incominciano i ricordi. I grandi forni crematori, la puzza nauseabonda dei corpi bruciati, le immagini di devastazione riprese dalle televisioni, la fredda determinazione degli eserciti della coalizione, la propaganda di morte dei governi. Tutto risale in superficie, come un veleno aggrappato alle cellule del corpo, incapace di essere rimosso neanche attraverso le generazioni. La nuova maledizione dell’uomo.
«Fermate la macchina! Vi prego, fermatela, devo vomitare!» ordina Lalonde, battendo sul vetro che lo separa dai due uomini.
Un marciapiede di periferia si macchia dei resti della colazione del Palace.

«Come ha reagito il soggetto numero 543?»
«Negativo.»
«Tempo di affioramento dei ricordi?»
«Diciassette minuti e quarantacinque secondi.»
«Meglio di ieri. Molte grazie, dottor Sayer.»
«Riproviamo domani?»
«Certo.»
«Nome del soggetto?»
«Wildon Harvie.»

GM Willo 2009

sabato 7 novembre 2009

MIO PADRE E LA LUNA

mio-padre-e-la-luna

Era la notte del solstizio d’estate, e faceva un caldo bestiale. Lo sapete che quelle notti sono un po’ magiche, o almeno così diceva mia nonna. Mi affacciai alla finestra e vidi i pipistrelli girare come matti. Erano quasi le dieci ma c’era ancora un po’ di luce nel cielo. Per un bambino non era certo presto, ma io di sonno non ne avevo, così rimasi a guardare la luna, piena e gialla come un lampione. Anche lei aveva qualcosa di magico…
D’improvviso la vidi venir giù. No, non stava cadendo, sembrava invece che qualcuno la stesse tirando con una corda. Doveva averci un bel po’ di forza, pensai.
«Babbo! Babbo!» gridai io. Mio padre entrò di volata nella mia stanza.
«Che c’è , Amore?»
Io lo guardai al chiarore dell’astro, ed è così che me lo ricordo ancora. Sono passati tanti anni, e lui se n’è andato da un bel po’, ma quando chiudo gli occhi lo rivedo proprio come quel giorno. I capelli arruffati, gli occhiali con la montatura sottile, la camicia a quadretti rigirata alle maniche e due occhi ricolmi d’amore.
«Babbo, stanno rubando la luna!«
«Cosa?» E guardò fuori dalla finestra. Anche lui la vide che scendeva, sempre più in basso. Adesso era proprio sopra le cime degli alberi del bosco, quello vicino al villaggio.
«Presto, dobbiamo muoverci!» mi disse, ed io lo seguii, anche se ero in pigiama. Ma la notte era calda, e non c’era bisogno della giacca e delle scarpe.
«Dove andate?» domandò la mamma, vendendoci sfrecciare attraverso il soggiorno.
«Un missione importantissima…» iniziò mio padre.
«…dobbiamo salvare la luna!» conclusi io. Ed imboccammo la porta di casa.
Salimmo in auto e prendemmo la strada verso il bosco. Le luci e i suoni delle televisioni che fuoriuscivano dalle finestre dei vicini mandavano segnali rassicuranti, ma una volta che ci lasciammo il villaggio alle spalle la notte divenne meno gradevole. E poi il cielo adesso era completamente buio, perché la luna se l´erano portata via.
Mio padre parchéggiò al limitare del bosco, afferrò la torcia elettrica da sotto il sedile e uscì dall’auto. Io lo seguii. Avevo il cuore in gola, ma ero felice.
Percorremmo il sentiero guidati dal fascio di luce. Il bosco era fitto e tenebroso, e c’erano rumori strani, e i pipistrelli continuavano a volare bassi. Mi venne in mente la storia di un ragazzino del villaggio, che era stato attaccato da un pipistrello. Gli si era aggrappato ai capelli e non voleva mollare la presa. Glieli dovettero tagliare con le forbici, poverino.
Più avanti vedemmo una luce distante, tra le ombre degli alberi e dei cespugli.
«Ecco, sono là! Andiamo!»
Era la luna. Erano riusciti a tirarla giù, e adesso rischiarava quella parte del bosco. Corremmo in quella direzione, guidati dalla luce dell’astro. “Che avrebbe fatto mio padre?”, mi chiedevo. Ovvio, avrebbe preso a pugni il ladro e poi liberato in cielo la luna, come ogni eroe. Perché ovviamente lui era il babbo più coraggioso del mondo.
Mi facevo mille film in testa mentre correvo e sentivo il sangue correre nelle vene, sentivo il pericolo, la gioia, l’amore, e quando diventai grande e ripensai a questa storia capii che tutte quelle sensazioni insieme significavano che mi sentivo vivo!
Ero pronto a tutto, ma ancora una volta rimasi sorpreso, perché le notti magiche sono imprevedibili. Quando raggiungemmo la radura in cui l’astro era stato adagiato, venimmo abbagliati dalla sua luce e solo in un secondo momento riuscimmo a distinguere cosa stava succedendo. La luna era fissata a terra con corde ed arpioni. C’erano due uomini, all’apparenza normalissimi, con tute di jeans e casacche fosforescenti. Su retro di queste vi era stampata la scritta “Prontoluna”.
«Che succede?» domandò mio padre.
«Buonasera, niente di cui preoccuparsi» rispose uno dei due uomini. «Solo un controllo di routine. Cambio delle lampadine, verifica dei fusibili, normale amministrazione.»
Mio padre sembrò sollevato. Mi rivolse uno sguardo rassicurante e disse: «Hai visto Amore… nessun problema. I signori sono del Servizio Luna.»
«Prontoluna» precisò l’uomo, e consegnò a mio padre il suo biglietto da visita.
«Se ci sono dei problemi, non avete che da chiamarci.» concluse. Poi si rivolse al compagno.
«Tobia, sei pronto per lasciarla salire?»
«Si, possiamo liberarla.»
E così assistetti al più straordinario spettacolo della mia vita. I due uomini recisero le corde che tenevano la luna ferma a terra, queste schizzarono nell’aria per la tensione e in un baleno l’enorme palla gialla incominciò a sollevarsi, sempre più in alto, immensa e fulgida, ma leggera come una farfalla. Riprese posizione nel cielo insieme alle stelle, più splendente che mai.
Mio padre ed io ce ne tornammo a casa, frastornati e felici. Lui mi accompagnò a letto, mi rimboccò le coperte perché nel frattempo la temperatura era calata, e fece per chiudere la persiana.
«Babbo, lasciala aperta stasera. Voglio vedere ancora la luna.»
«Va bene Amore. Però poi dormi, va bene?» e mi baciò.
Non posso affermare con sicurezza se questa storia sia realmente accaduta. Forse era solo una delle tante favole che il mio vecchio mi raccontava prima di addormentarmi, quelle in cui amavo perdermi.
In ogni caso, a me piace crederci, perché ogni volta che guardo la luna ripenso a lui.

Aeribella Lastelle 2009

mercoledì 4 novembre 2009

LO SPETTACOLO DI SPYRA PER IL CAOS

Spyra

Un demone l’aveva ribattezzata Spyra, e quello era adesso il suo nome. La via oscura parrebbe la più facile, ma sono molti i sacrifici che attendono colui che desidera entrare nella cerchia dei prescelti, e guardare oltre il velo dell’oblio, là dove la morte muore e qualcosa di orribile ed eterno incomincia.
La donna attraversava i corridoi del tempio con una torcia in mano. Portava i capelli sciolti, neri e lunghi fino alla vita, e aveva indosso soltanto una veste leggera, blu scura, che le ricadeva sulle forme prosperose, grossi seni dai turgidi capezzoli e fianchi sensuali. Conosceva tutti gli aspetti di quel rituale. Le prime volte che se n’era servita era stata male, ma il ricordo dell’umiliazione e del dolore era ormai stato riposto in quei cassetti della mente che un mago deve sapere tenere ben chiusi.
Spyra avanzava con passo deciso, i nudi piedi sulla fredda roccia del pavimento, il profumo di muschio e acqua stagnante nelle narici, il rumore smorzato delle cascate sopra il tempio. Lei era la sacerdotessa suprema, divinatrice e negromante, conoscitrice dei subdoli giochi dei signori della morte. Aveva bisogno del loro aiuto, aveva bisogno di altre risposte, e sapeva bene qual’era il prezzo che doveva pagare…
A volte, anche nella quotidanietá degli eventi più terribili, ai quali ci si abitua perché la mente di un uomo non ha confini, affiorano dei ricordi inaspettati, non voluti. Spyra ricordò la canzone che cantava insieme a suo fratello, nel cortile della fattoria in cui era cresciuta, in tempi antecedenti la grande guerra. Afferrò una serie di cinque note, che ripeté nella sua testa per cercare di ricordare il resto del ritornello, ma per quanto si sforzasse non ci riusciva. Si sentì sciocca a pensare a Demion, ucciso durante una delle tante scorribande degli orchi. Neanche un graffio sulla corteccia del suo cuore. Neanche l’accenno di una lacrima. Era solo la canzone che la turbava, perché non riusciva a venirne a capo.
Era quasi giunta in fondo al corridoio. Oltre una porta scura di legno e ferro vi era la sala delle invocazioni. Laggiù non ci sarebbe stato posto per degli insulsi giochi di musica. Cancellò dalla mente il ritornello e appoggiò la mano sulla maniglia, avvertendo il freddo contatto col ferro umido. Spalancò la porta ed entrò in una sala circolare, rischiarata lievemente da due bracieri posti ai lati di un altare di pietra. La temperatura della stanza era più temperata, grazie ai due fuochi, e l’aria leggermente fumosa. Spyra inalò le essenze sparse sopra il fuoco dai suoi assistenti, che avevano preparato la sala, assaporando i primi effetti stordenti che aiutavano il rituale evocativo. Sul pavimento sette cerchi tracciati con della polvere d’argento si intersecavano nel punto in cui si trovava l’altare. Spyra prese posto davanti al tavolo di roccia, calcato da strani disegni. Gettò la torcia in un angolo della stanza e appoggiò le mani sulla fredda pietra che le stava davanti. Controllò il respiro, chiuse gli occhi, alzò la testa e poi incominciò a toccarsi…
L’incantesimo le salì alla bocca come un‘entità distinta dal suo volere. Con gli occhi chiusi salmodiò la litania scandendo perfettamente ogni sillaba, attenta ad ogni cambio di tonalità. Un errore poteva costarle molto più della vita.
E mentre le parole, graffianti e indecifrabili, gremivano le ombre della stanza, la mano dell’evocatrice scendeva verso il basso, sotto la veste turchina, tra le insenature del piacere. Adeguò il movimento al ritmo del salmodiare, lasciandosi trasportare dalle onde calde che dal basso ventre le salivano fino alle guance. Il canto salì di tonalità e di volume, la bocca carnosa della negromante intrecciava articolati vocaboli di un linguaggio sicuramente non umano, la luce dei bracieri divenne più intensa, tremolò e si offuscò alla cadenza del movimento del suo bacino.
Spyra, ormai preda e predatrice del suo organo del piacere, appoggiò un piede sull’altare, divaricando al massimo le cosce. Accostò la sua vulva, piena e rossa, al bordo della pietra rituale, continuando a sfregarla avidamente con le sue dita. L’evocazione era giunta al culmine. Dai bracieri una luce gialla ed abbagliante si riversò nella stanza. La temperatura era diventata quasi insopportabile. Rivoli di sudore le scendevano copiosi dal volto, deturpato dagli spasimi di piacere, ma lei non accennava a fermare la sua ascesa. Si adagiò con la schiena sulla fredda pietra dell’altare e continuò a urlare l’incantesimo, cavalcando onde di piacere inarrestabili.
La porta era stata aperta e qualcuno la stava guardando. Demoni e anime corrotte, nefandezze dell’oscurità, esseri dimoranti nel caos, frattaglie di esistenze un tempo appartenute all’umanità. Lo spettacolo era per loro, per invitarle al suo cospetto, e in tal modo poterle corrompere per un ennesimo bagliore di conoscenza.
Il finale le montò in gola, insieme all’orgasmo. L’ultima parola della canzone si perse in un urlo di piacere, infrangendosi sui bracieri e spegnendoli definitivamente. L’oscurità l’avvolse, ma non aveva bisogno di vedere chi era entrato nella stanza. Spyra rimase dov’era, distesa sull’altare a riprendere fiato, conscia del drappo scostato.
«Ti è piaciuto lo spettacolo, demone?»
«Come sempre, Spyra» rispose una voce grave come la notte delle notti.
«Allora adesso mi dirai ciò che ho desiderio di conoscere…»
«Certo, tesoro» disse il demone. «Poi ci divertiremo un po’…»

Jonathan Macini 2009

lunedì 2 novembre 2009

ANGELO TRADITORE

“E se alla fine del tuo lungo cammino incontrerai un angelo che ti sbarrerà la strada, per quanto tu possa desiderare di abbondare le tue stanche membra al suo abbraccio, dovrai combatterlo. Userai la tua lama affilata per recidergli le ali ed abbatterlo. Questo è il destino di un grande guerriero.”
Felix calò la scure nel petto della creatura di luce. Un dio vide quel gesto, ma aspettò a giudicarlo.
Esistono angeli traditori, ed il Bene, tra gli intrighi degli uomini, può diventare Male.
Quando la donna guerriero raggiunse i confini del mondo reclamando agli dei il suo premio, nessuno obbiettò.

Aeribella Lastelle - 101 parole

martedì 27 ottobre 2009

LO STREGONE RIPUDIATO

lo-stregone-ripudiato

«Volete sapere perché ho abbracciato l’Ombra? Ebbene, voglio raccontarvi una storia…
…la storia di un ragazzo diverso eppure uguale, con un talento particolare per la magia. Mentre i compagni di scuola la imparavano a memoria, quel ragazzo la stravolgeva, e presto capì che era questo il vero senso della via dello Stregone. Distruggere e ricostruire. Stravolgere e trasformare. I maestri non lo capirono, pensarono che non fosse adatto a controllare il potere e a conoscere i segreti. Aveva appena dodici anni quando gli sbatterono in faccia la porta del Grande Istituto della Divinazione. Suo padre era un mago apprezzato negli ambienti aristocratici, e l’onta subita per la cacciata del figlio lo mandò su tutte le furie. “Non puoi rimanere in città, figlio, e ringrazia il cielo che ti chiamo ancora così. Devi partire per l’Isola dei Cristalli.” Questo gli disse, strappandogli di mano il bastone da apprendista stregone.
Quel ragazzo pianse, ma non lo dette a vedere. Viaggiò verso nord insieme a una carovana di mercanti. Era poco più di un bambino, ma già la sua conoscenza magica poteva proteggerlo dai briganti e dalle altre insidie della vita errante. Giunse presso i lidi dei popoli pagani, ai confini dell’Impero. Una barca lo portò sull’Isola dei Cristalli, in cui dimoravano preti e filosofi. Gli aspettava una vita in ritiro, all’ombra di un severo monastero.
Ma laggiù conobbe un uomo di passaggio, una figura imponente e sottile, guizzante e indelebile. Il suo nome era Trakulda. I monaci del monastero non gli rifiutarono la sacra accoglienza, ma molti di loro non nascosero la loro inquietudine durante tutto il tempo in cui quell’uomo rimase ospite. C´era qualcosa nel misterioso Trakulda che affascinava il giovane. Una notte gli si avvicinò mentre leggeva un libro nei pressi del fuoco. Come rapito da un incantesimo, il ragazzo rimase ad ascoltare quell’uomo per tutta la notte, ma ricordò poco o nulla la mattina dopo. Sapeva solo che, una volta che si fosse rimesso in viaggio, lui lo avrebbe seguito.
E infatti lo seguì per molti anni. Anni di studio, di sacrificio e di evoluzione. Conobbe il Drago e i sette demoni principi, le meraviglie della terra e le insidie degli elfi, la testardaggine dei popoli guerrieri, la codardia dei pirati e la stoltezza dei nani. Vide il mondo cambiare e volgere verso un pensiero unico. Vide trasformare il Grande Istituto della Divinazione in un mero ingranaggio di un meccanismo inutile e corrotto, in cui il profitto di pochi contava più della conoscenza di molti. Dalla scuola uscivano schiere di maghi identici che andavano ad arricchire le file dell’esercito dell’Impero, che intanto allargava i suoi confini, creando nuove colonie e portando nuovi popoli sotto il suo vessillo.
Quel ragazzo nel frattempo crebbe e divenne uno Stregone, ma nessuno nell’Impero lo avrebbe mai chiamato così. Era un respinto, un reietto, un mago di strada, o più volgarmente un Fattucchiere. Doveva nascondersi perché, come sapete bene, chi usa la magia senza un diploma di mago è considerato un criminale. Se ne stava lontano dalle grandi città, insieme a Trakulda che intanto era diventato vecchio. Ma la vecchiaia non lo aveva afflitto, né nella mente né nel corpo. Il maestro stava semplicemente svanendo, e a volte il giovane lo guardava in contro luce, mentre il sole tramontava fulgido sulle praterie del Levante Antico, e poteva vederci attraverso.
“Dove stai andando”, gli chiese un giorno.
“Non preoccuparti. Un giorno mi seguirai” rispose lui.
Quando la Guerra dei Sigilli scoppiò il ragazzo era un uomo fatto, e il suo maestro si era ormai dileguato quasi completamente tra i misteri dell’aria. L’Impero cercava gli accessi agli altri mondi. Mandò i suoi cento migliori maghi fino ai confini delle terre conosciute, dove popoli misteriosi conservano i segreti dei molti mondi. Ne tornarono solamente tre, ed ognuno aveva un sigillo.
Ma il ragazzo diventato uomo aveva appena ricevuto una visita in sogno. Era Trixividian, il demone dei ghiacci. Gli disse che se l’Impero avesse avuto accesso agli altri mondi, il grande equilibrio poteva volgere irreparabilmente verso la Quiete. Ogni mago dovrebbe conoscere l’equazione tra Quiete e Tumulto. È il significato stesso dell’Universo, la sua legge principale. Ma la conoscenza di quell’equazione è stata rimossa dai testi di magia dell’Istituto.
Al suo risveglio lo Stregone seppe cosa fare. Cavalcò per due giorni e due notti incontro a quei tre maghi che stavano facendo ritorno con il loro bottino alla capitale. Al loro passaggio venivano salutati da una folla di uomini e donne in delirio. Erano gli eroi, i salvatori, vanto e abbaglio di ogni cittadino dell’impero.
Mentre cavalcava lo Stregone richiamò gli altri demoni, perché lui era la porta. Gafiquel degli abissi marini, Adkavri delle caverne, Uxod dei cieli, Trixividian dei ghiacci, Matu del fuoco liquido, Irkk dei fulmini, Odasset dei cristalli. I Demoni vennero e spazzarono via il popolo, i soldati e a nulla servirono gli incantesimi dei tre eroi. I Sigilli vennero recuperati e consegnati allo Stregone che aveva evocato i demoni.
Da allora quello Stregone è conosciuto col nome di Jakúda, il servo dell’Ombra. Da allora Jakuda è il peggior nemico dell’Impero.
E adesso che conoscete la storia, ditemi: che motivo avrei di consegnarvi i sigilli?»

Il fuoco esplose, l’ombra calò, le urla si alzarono e si spensero nel tempo di un battito di ciglia. Si erano sentiti eroi, si erano creduti dalla parte della ragione, pensavano che il cielo li avrebbe protetti, invece…
Dall’alto della sua torre Jakúda attende i suoi prossimi nemici. Nessun rancore, solo una missione: tenere al sicuro i Sigilli, anche al costo di rimanere per sempre un reietto.
Forse un giorno il mondo sarebbe cambiato. È successo altre volte in passato, e quando questo accade, il ruolo dei giusti si ribalta e la percezione del popolo si dilata.
Ma il prezzo del cambiamento è sempre molto alto.
“Avrei potuto desiderare di più dalla vita?” pensa il solitario Stregone, perdendosi negli ocra di un tramonto infuocato.
“La solitudine è il prezzo della verità” gli sussurra il maestro, prima di scomparire del tutto in una linea di fumo.

GM Willo 2009

lunedì 19 ottobre 2009

MALIARDO

Le vite si assottigliano. Diventano impulsi sparati alla velocità della luce. Non servono vere e proprie maschere per ingannare il prossimo. Bastano delle veloci caricature. Due fregi e sai chi sono, ed è tutto quello di cui hai bisogno di sapere…
La manipolazione di queste vite sottili diventa una banale conseguenza. Niente di preterintenzionale. Nessuna malizia. Si tratta solo di una semplicissima selezione naturale. Io mi muovo veloce, tu invece sei lento, non hai possibilità, sei spacciato. Annientarti non rientra nei miei piani, ma succede, come il sole che squarcia le tenebre all’inizio di ogni giorno.
Mi dovrei sentire in colpa? E perché? Non ho dato spinte. Non ho drogato nessuno, io. Mi sono limitato ad indicare alcune strade. Possibilità, tutto qui. Se volete condannarmi, fatelo pure, ma continuerete a non dormire la notte, mentre io ho sempre dormito benissimo, prima e dopo quel giorno di luglio.
Nikko88 e Sammysamantha si chiamavano. Il nickname può bastare per adesso. Il resto, se volete, lo potrete leggere sui giornali, rotocalchi spazzatura per comari annoiate. Io mi rifaccio solo alle caricature con le quali mi si sono presentati, e se a voi interessa la mia storia, dovreste farvene una ragione. Ragazzo, ragazza, bambino, vecchio. Che importanza può avere. Il gioco è gioco. Nel labirinto di specchi sei solo un’immagine riflessa. Un riflesso elevato a potenza.
Volevano risposte ed io gliel’ho date. Volevano un po’ di “action”, e quella c’è stata, non ci sono dubbi. Ma non potete addossarmi la colpa, eh no! Non sono stato io quello che li ha rivestiti di tritolo. Non guidavo il taxi che si è fermato davanti al palazzo del governo. Non ho dato il via a quella loro corsa sfrenata verso l’atrio dell’edificio. E soprattutto, non sono stato io a premere i pulsanti.
Di chi è la vera responsabilità di tutta questa sporca faccenda? Pensateci un po’. Vi sembra giusto quello che ci sta succedendo? Continuiamo a venire trattati come un branco di pecoroni, inebetiti dalle solite facce e dai medesimi slogan. Parole vuote che dilatano i tempi, attutiscono gli animi, sdrammatizzano realtà che sono ormai al limite della sopportazione. Quando la botte è piena fino all’orlo, basta un niente per farla rovesciare.
Chi vuol capire, capisca. Chi non lo vuole, pace all’anima sua, perché è già morto dentro. Incapace di accettare l’inevitabile evoluzione degli eventi. Lo spettacolo è finito, gente!
Non provate a rintracciarmi. So come dileguarmi tra le spire della rete. Posso prendere forme nuove, mimetizzarmi dentro server-spettro, moltiplicarmi infinitamente e ripropormi all’interno di pop-up commerciali. Riposerò nel vostro hard-disk stanotte, se per voi sta bene…
Mi rimangono un paio di minuti. Tutto quello che volete. Sono a vostra disposizione. Amore, guerra, morte e miracoli. Ho una risposta ad ogni vostra domanda. Su, provate a chiedermi qualcosa… Ma vi prego, non ritenetemi responsabile delle eventuali conseguenze. Causa ed effetto. L’universo va avanti così da sempre. Se vi piace giudicare con questo vostro assurdo metro, se proprio avete bisogno d’incolpare qualcuno, allora rivolgetevi al padreterno. È stato lui l’artefice di tutto, o sbaglio?
Addio gente. Preparatevi al peggio. Un milione di bombe umane vi aspettano. Cinema, supermercati, uffici, centri commerciali. Sarete al sicuro solo nelle vostre case. Davanti al vostro computer. Ed è proprio lì che vi verrò a trovare.
‘Notte gente…
Sogni d’oro!

GM Willo 2008