mercoledì 18 novembre 2009

LA SINDROME DEL SENSO DI COLPA

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Carey Wolf apre gli occhi alle sette e trentacinque in punto. L’impulso viene da una zona circoscritta del cervelletto, quella destinata alle connessioni. La sveglia interna lo informa dell’ora, del giorno, dell’anno e degli appuntamenti in agenda. In meno di tre secondi Wolf è a conoscenza della temperatura esterna, di quella interna, della probabilità percentualistica di precipitazione e delle ultime news, settate secondo priorità: cronaca, politica, sport, annunci-incontri.
Carey Wolf vive in un penthouse che si affaccia su Londra. L’intero edificio è di sua proprietà, così come l’elicottero posteggiato sulla pista d’atterraggio, che è anche la terrazza del suo appartamento. Alle nove e quindici ha un appuntamento dall’altra parte della città; appena venti minuti di volo.
Sotto la doccia visiona il notiziario, mentre si veste conclude un paio di operazioni bancarie, davanti ad un caffè fumante contatta la sua segretaria, le da disposizioni, chiama Tokio, Parigi e Washington, il tutto senza toccare un solo dispositivo. Interfaccia cerebrale Mitros; trattarsi bene è un dovere.
La giornata sfila via senza intoppi. Appuntamenti di lavoro, lunch insieme agli amici, un salto in ufficio nel pomeriggio, il tennis club fino alle cinque, l’aperitivo con Tania, contattata attraverso l’open-chat Aphrodite, sushi accompagnato da un Krug Vintage, sesso in ascensore, giochi erotici e coca nella suite dell’Hotel Palace, ovviamente di sua proprietà. Il sonno lo rapisce felice.

sabato 7 novembre 2009

MIO PADRE E LA LUNA

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Era la notte del solstizio d’estate, e faceva un caldo bestiale. Lo sapete che quelle notti sono un po’ magiche, o almeno così diceva mia nonna. Mi affacciai alla finestra e vidi i pipistrelli girare come matti. Erano quasi le dieci ma c’era ancora un po’ di luce nel cielo. Per un bambino non era certo presto, ma io di sonno non ne avevo, così rimasi a guardare la luna, piena e gialla come un lampione. Anche lei aveva qualcosa di magico…
D’improvviso la vidi venir giù. No, non stava cadendo, sembrava invece che qualcuno la stesse tirando con una corda. Doveva averci un bel po’ di forza, pensai.
«Babbo! Babbo!» gridai io. Mio padre entrò di volata nella mia stanza.
«Che c’è , Amore?»
Io lo guardai al chiarore dell’astro, ed è così che me lo ricordo ancora. Sono passati tanti anni, e lui se n’è andato da un bel po’, ma quando chiudo gli occhi lo rivedo proprio come quel giorno. I capelli arruffati, gli occhiali con la montatura sottile, la camicia a quadretti rigirata alle maniche e due occhi ricolmi d’amore.
«Babbo, stanno rubando la luna!«
«Cosa?» E guardò fuori dalla finestra. Anche lui la vide che scendeva, sempre più in basso. Adesso era proprio sopra le cime degli alberi del bosco, quello vicino al villaggio.
«Presto, dobbiamo muoverci!» mi disse, ed io lo seguii, anche se ero in pigiama. Ma la notte era calda, e non c’era bisogno della giacca e delle scarpe.
«Dove andate?» domandò la mamma, vendendoci sfrecciare attraverso il soggiorno.
«Un missione importantissima…» iniziò mio padre.
«…dobbiamo salvare la luna!» conclusi io. Ed imboccammo la porta di casa.
Salimmo in auto e prendemmo la strada verso il bosco. Le luci e i suoni delle televisioni che fuoriuscivano dalle finestre dei vicini mandavano segnali rassicuranti, ma una volta che ci lasciammo il villaggio alle spalle la notte divenne meno gradevole. E poi il cielo adesso era completamente buio, perché la luna se l´erano portata via.
Mio padre parchéggiò al limitare del bosco, afferrò la torcia elettrica da sotto il sedile e uscì dall’auto. Io lo seguii. Avevo il cuore in gola, ma ero felice.
Percorremmo il sentiero guidati dal fascio di luce. Il bosco era fitto e tenebroso, e c’erano rumori strani, e i pipistrelli continuavano a volare bassi. Mi venne in mente la storia di un ragazzino del villaggio, che era stato attaccato da un pipistrello. Gli si era aggrappato ai capelli e non voleva mollare la presa. Glieli dovettero tagliare con le forbici, poverino.
Più avanti vedemmo una luce distante, tra le ombre degli alberi e dei cespugli.
«Ecco, sono là! Andiamo!»
Era la luna. Erano riusciti a tirarla giù, e adesso rischiarava quella parte del bosco. Corremmo in quella direzione, guidati dalla luce dell’astro. “Che avrebbe fatto mio padre?”, mi chiedevo. Ovvio, avrebbe preso a pugni il ladro e poi liberato in cielo la luna, come ogni eroe. Perché ovviamente lui era il babbo più coraggioso del mondo.
Mi facevo mille film in testa mentre correvo e sentivo il sangue correre nelle vene, sentivo il pericolo, la gioia, l’amore, e quando diventai grande e ripensai a questa storia capii che tutte quelle sensazioni insieme significavano che mi sentivo vivo!
Ero pronto a tutto, ma ancora una volta rimasi sorpreso, perché le notti magiche sono imprevedibili. Quando raggiungemmo la radura in cui l’astro era stato adagiato, venimmo abbagliati dalla sua luce e solo in un secondo momento riuscimmo a distinguere cosa stava succedendo. La luna era fissata a terra con corde ed arpioni. C’erano due uomini, all’apparenza normalissimi, con tute di jeans e casacche fosforescenti. Su retro di queste vi era stampata la scritta “Prontoluna”.
«Che succede?» domandò mio padre.
«Buonasera, niente di cui preoccuparsi» rispose uno dei due uomini. «Solo un controllo di routine. Cambio delle lampadine, verifica dei fusibili, normale amministrazione.»
Mio padre sembrò sollevato. Mi rivolse uno sguardo rassicurante e disse: «Hai visto Amore… nessun problema. I signori sono del Servizio Luna.»
«Prontoluna» precisò l’uomo, e consegnò a mio padre il suo biglietto da visita.
«Se ci sono dei problemi, non avete che da chiamarci.» concluse. Poi si rivolse al compagno.
«Tobia, sei pronto per lasciarla salire?»
«Si, possiamo liberarla.»
E così assistetti al più straordinario spettacolo della mia vita. I due uomini recisero le corde che tenevano la luna ferma a terra, queste schizzarono nell’aria per la tensione e in un baleno l’enorme palla gialla incominciò a sollevarsi, sempre più in alto, immensa e fulgida, ma leggera come una farfalla. Riprese posizione nel cielo insieme alle stelle, più splendente che mai.
Mio padre ed io ce ne tornammo a casa, frastornati e felici. Lui mi accompagnò a letto, mi rimboccò le coperte perché nel frattempo la temperatura era calata, e fece per chiudere la persiana.
«Babbo, lasciala aperta stasera. Voglio vedere ancora la luna.»
«Va bene Amore. Però poi dormi, va bene?» e mi baciò.
Non posso affermare con sicurezza se questa storia sia realmente accaduta. Forse era solo una delle tante favole che il mio vecchio mi raccontava prima di addormentarmi, quelle in cui amavo perdermi.
In ogni caso, a me piace crederci, perché ogni volta che guardo la luna ripenso a lui.

Aeribella Lastelle 2009

mercoledì 4 novembre 2009

LO SPETTACOLO DI SPYRA PER IL CAOS

Spyra

Un demone l’aveva ribattezzata Spyra, e quello era adesso il suo nome. La via oscura parrebbe la più facile, ma sono molti i sacrifici che attendono colui che desidera entrare nella cerchia dei prescelti, e guardare oltre il velo dell’oblio, là dove la morte muore e qualcosa di orribile ed eterno incomincia.
La donna attraversava i corridoi del tempio con una torcia in mano. Portava i capelli sciolti, neri e lunghi fino alla vita, e aveva indosso soltanto una veste leggera, blu scura, che le ricadeva sulle forme prosperose, grossi seni dai turgidi capezzoli e fianchi sensuali. Conosceva tutti gli aspetti di quel rituale. Le prime volte che se n’era servita era stata male, ma il ricordo dell’umiliazione e del dolore era ormai stato riposto in quei cassetti della mente che un mago deve sapere tenere ben chiusi.
Spyra avanzava con passo deciso, i nudi piedi sulla fredda roccia del pavimento, il profumo di muschio e acqua stagnante nelle narici, il rumore smorzato delle cascate sopra il tempio. Lei era la sacerdotessa suprema, divinatrice e negromante, conoscitrice dei subdoli giochi dei signori della morte. Aveva bisogno del loro aiuto, aveva bisogno di altre risposte, e sapeva bene qual’era il prezzo che doveva pagare…
A volte, anche nella quotidanietá degli eventi più terribili, ai quali ci si abitua perché la mente di un uomo non ha confini, affiorano dei ricordi inaspettati, non voluti. Spyra ricordò la canzone che cantava insieme a suo fratello, nel cortile della fattoria in cui era cresciuta, in tempi antecedenti la grande guerra. Afferrò una serie di cinque note, che ripeté nella sua testa per cercare di ricordare il resto del ritornello, ma per quanto si sforzasse non ci riusciva. Si sentì sciocca a pensare a Demion, ucciso durante una delle tante scorribande degli orchi. Neanche un graffio sulla corteccia del suo cuore. Neanche l’accenno di una lacrima. Era solo la canzone che la turbava, perché non riusciva a venirne a capo.
Era quasi giunta in fondo al corridoio. Oltre una porta scura di legno e ferro vi era la sala delle invocazioni. Laggiù non ci sarebbe stato posto per degli insulsi giochi di musica. Cancellò dalla mente il ritornello e appoggiò la mano sulla maniglia, avvertendo il freddo contatto col ferro umido. Spalancò la porta ed entrò in una sala circolare, rischiarata lievemente da due bracieri posti ai lati di un altare di pietra. La temperatura della stanza era più temperata, grazie ai due fuochi, e l’aria leggermente fumosa. Spyra inalò le essenze sparse sopra il fuoco dai suoi assistenti, che avevano preparato la sala, assaporando i primi effetti stordenti che aiutavano il rituale evocativo. Sul pavimento sette cerchi tracciati con della polvere d’argento si intersecavano nel punto in cui si trovava l’altare. Spyra prese posto davanti al tavolo di roccia, calcato da strani disegni. Gettò la torcia in un angolo della stanza e appoggiò le mani sulla fredda pietra che le stava davanti. Controllò il respiro, chiuse gli occhi, alzò la testa e poi incominciò a toccarsi…
L’incantesimo le salì alla bocca come un‘entità distinta dal suo volere. Con gli occhi chiusi salmodiò la litania scandendo perfettamente ogni sillaba, attenta ad ogni cambio di tonalità. Un errore poteva costarle molto più della vita.
E mentre le parole, graffianti e indecifrabili, gremivano le ombre della stanza, la mano dell’evocatrice scendeva verso il basso, sotto la veste turchina, tra le insenature del piacere. Adeguò il movimento al ritmo del salmodiare, lasciandosi trasportare dalle onde calde che dal basso ventre le salivano fino alle guance. Il canto salì di tonalità e di volume, la bocca carnosa della negromante intrecciava articolati vocaboli di un linguaggio sicuramente non umano, la luce dei bracieri divenne più intensa, tremolò e si offuscò alla cadenza del movimento del suo bacino.
Spyra, ormai preda e predatrice del suo organo del piacere, appoggiò un piede sull’altare, divaricando al massimo le cosce. Accostò la sua vulva, piena e rossa, al bordo della pietra rituale, continuando a sfregarla avidamente con le sue dita. L’evocazione era giunta al culmine. Dai bracieri una luce gialla ed abbagliante si riversò nella stanza. La temperatura era diventata quasi insopportabile. Rivoli di sudore le scendevano copiosi dal volto, deturpato dagli spasimi di piacere, ma lei non accennava a fermare la sua ascesa. Si adagiò con la schiena sulla fredda pietra dell’altare e continuò a urlare l’incantesimo, cavalcando onde di piacere inarrestabili.
La porta era stata aperta e qualcuno la stava guardando. Demoni e anime corrotte, nefandezze dell’oscurità, esseri dimoranti nel caos, frattaglie di esistenze un tempo appartenute all’umanità. Lo spettacolo era per loro, per invitarle al suo cospetto, e in tal modo poterle corrompere per un ennesimo bagliore di conoscenza.
Il finale le montò in gola, insieme all’orgasmo. L’ultima parola della canzone si perse in un urlo di piacere, infrangendosi sui bracieri e spegnendoli definitivamente. L’oscurità l’avvolse, ma non aveva bisogno di vedere chi era entrato nella stanza. Spyra rimase dov’era, distesa sull’altare a riprendere fiato, conscia del drappo scostato.
«Ti è piaciuto lo spettacolo, demone?»
«Come sempre, Spyra» rispose una voce grave come la notte delle notti.
«Allora adesso mi dirai ciò che ho desiderio di conoscere…»
«Certo, tesoro» disse il demone. «Poi ci divertiremo un po’…»

Jonathan Macini 2009

lunedì 2 novembre 2009

ANGELO TRADITORE

“E se alla fine del tuo lungo cammino incontrerai un angelo che ti sbarrerà la strada, per quanto tu possa desiderare di abbondare le tue stanche membra al suo abbraccio, dovrai combatterlo. Userai la tua lama affilata per recidergli le ali ed abbatterlo. Questo è il destino di un grande guerriero.”
Felix calò la scure nel petto della creatura di luce. Un dio vide quel gesto, ma aspettò a giudicarlo.
Esistono angeli traditori, ed il Bene, tra gli intrighi degli uomini, può diventare Male.
Quando la donna guerriero raggiunse i confini del mondo reclamando agli dei il suo premio, nessuno obbiettò.

Aeribella Lastelle - 101 parole

martedì 27 ottobre 2009

LO STREGONE RIPUDIATO

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«Volete sapere perché ho abbracciato l’Ombra? Ebbene, voglio raccontarvi una storia…
…la storia di un ragazzo diverso eppure uguale, con un talento particolare per la magia. Mentre i compagni di scuola la imparavano a memoria, quel ragazzo la stravolgeva, e presto capì che era questo il vero senso della via dello Stregone. Distruggere e ricostruire. Stravolgere e trasformare. I maestri non lo capirono, pensarono che non fosse adatto a controllare il potere e a conoscere i segreti. Aveva appena dodici anni quando gli sbatterono in faccia la porta del Grande Istituto della Divinazione. Suo padre era un mago apprezzato negli ambienti aristocratici, e l’onta subita per la cacciata del figlio lo mandò su tutte le furie. “Non puoi rimanere in città, figlio, e ringrazia il cielo che ti chiamo ancora così. Devi partire per l’Isola dei Cristalli.” Questo gli disse, strappandogli di mano il bastone da apprendista stregone.
Quel ragazzo pianse, ma non lo dette a vedere. Viaggiò verso nord insieme a una carovana di mercanti. Era poco più di un bambino, ma già la sua conoscenza magica poteva proteggerlo dai briganti e dalle altre insidie della vita errante. Giunse presso i lidi dei popoli pagani, ai confini dell’Impero. Una barca lo portò sull’Isola dei Cristalli, in cui dimoravano preti e filosofi. Gli aspettava una vita in ritiro, all’ombra di un severo monastero.
Ma laggiù conobbe un uomo di passaggio, una figura imponente e sottile, guizzante e indelebile. Il suo nome era Trakulda. I monaci del monastero non gli rifiutarono la sacra accoglienza, ma molti di loro non nascosero la loro inquietudine durante tutto il tempo in cui quell’uomo rimase ospite. C´era qualcosa nel misterioso Trakulda che affascinava il giovane. Una notte gli si avvicinò mentre leggeva un libro nei pressi del fuoco. Come rapito da un incantesimo, il ragazzo rimase ad ascoltare quell’uomo per tutta la notte, ma ricordò poco o nulla la mattina dopo. Sapeva solo che, una volta che si fosse rimesso in viaggio, lui lo avrebbe seguito.
E infatti lo seguì per molti anni. Anni di studio, di sacrificio e di evoluzione. Conobbe il Drago e i sette demoni principi, le meraviglie della terra e le insidie degli elfi, la testardaggine dei popoli guerrieri, la codardia dei pirati e la stoltezza dei nani. Vide il mondo cambiare e volgere verso un pensiero unico. Vide trasformare il Grande Istituto della Divinazione in un mero ingranaggio di un meccanismo inutile e corrotto, in cui il profitto di pochi contava più della conoscenza di molti. Dalla scuola uscivano schiere di maghi identici che andavano ad arricchire le file dell’esercito dell’Impero, che intanto allargava i suoi confini, creando nuove colonie e portando nuovi popoli sotto il suo vessillo.
Quel ragazzo nel frattempo crebbe e divenne uno Stregone, ma nessuno nell’Impero lo avrebbe mai chiamato così. Era un respinto, un reietto, un mago di strada, o più volgarmente un Fattucchiere. Doveva nascondersi perché, come sapete bene, chi usa la magia senza un diploma di mago è considerato un criminale. Se ne stava lontano dalle grandi città, insieme a Trakulda che intanto era diventato vecchio. Ma la vecchiaia non lo aveva afflitto, né nella mente né nel corpo. Il maestro stava semplicemente svanendo, e a volte il giovane lo guardava in contro luce, mentre il sole tramontava fulgido sulle praterie del Levante Antico, e poteva vederci attraverso.
“Dove stai andando”, gli chiese un giorno.
“Non preoccuparti. Un giorno mi seguirai” rispose lui.
Quando la Guerra dei Sigilli scoppiò il ragazzo era un uomo fatto, e il suo maestro si era ormai dileguato quasi completamente tra i misteri dell’aria. L’Impero cercava gli accessi agli altri mondi. Mandò i suoi cento migliori maghi fino ai confini delle terre conosciute, dove popoli misteriosi conservano i segreti dei molti mondi. Ne tornarono solamente tre, ed ognuno aveva un sigillo.
Ma il ragazzo diventato uomo aveva appena ricevuto una visita in sogno. Era Trixividian, il demone dei ghiacci. Gli disse che se l’Impero avesse avuto accesso agli altri mondi, il grande equilibrio poteva volgere irreparabilmente verso la Quiete. Ogni mago dovrebbe conoscere l’equazione tra Quiete e Tumulto. È il significato stesso dell’Universo, la sua legge principale. Ma la conoscenza di quell’equazione è stata rimossa dai testi di magia dell’Istituto.
Al suo risveglio lo Stregone seppe cosa fare. Cavalcò per due giorni e due notti incontro a quei tre maghi che stavano facendo ritorno con il loro bottino alla capitale. Al loro passaggio venivano salutati da una folla di uomini e donne in delirio. Erano gli eroi, i salvatori, vanto e abbaglio di ogni cittadino dell’impero.
Mentre cavalcava lo Stregone richiamò gli altri demoni, perché lui era la porta. Gafiquel degli abissi marini, Adkavri delle caverne, Uxod dei cieli, Trixividian dei ghiacci, Matu del fuoco liquido, Irkk dei fulmini, Odasset dei cristalli. I Demoni vennero e spazzarono via il popolo, i soldati e a nulla servirono gli incantesimi dei tre eroi. I Sigilli vennero recuperati e consegnati allo Stregone che aveva evocato i demoni.
Da allora quello Stregone è conosciuto col nome di Jakúda, il servo dell’Ombra. Da allora Jakuda è il peggior nemico dell’Impero.
E adesso che conoscete la storia, ditemi: che motivo avrei di consegnarvi i sigilli?»

Il fuoco esplose, l’ombra calò, le urla si alzarono e si spensero nel tempo di un battito di ciglia. Si erano sentiti eroi, si erano creduti dalla parte della ragione, pensavano che il cielo li avrebbe protetti, invece…
Dall’alto della sua torre Jakúda attende i suoi prossimi nemici. Nessun rancore, solo una missione: tenere al sicuro i Sigilli, anche al costo di rimanere per sempre un reietto.
Forse un giorno il mondo sarebbe cambiato. È successo altre volte in passato, e quando questo accade, il ruolo dei giusti si ribalta e la percezione del popolo si dilata.
Ma il prezzo del cambiamento è sempre molto alto.
“Avrei potuto desiderare di più dalla vita?” pensa il solitario Stregone, perdendosi negli ocra di un tramonto infuocato.
“La solitudine è il prezzo della verità” gli sussurra il maestro, prima di scomparire del tutto in una linea di fumo.

GM Willo 2009

lunedì 19 ottobre 2009

MALIARDO

Le vite si assottigliano. Diventano impulsi sparati alla velocità della luce. Non servono vere e proprie maschere per ingannare il prossimo. Bastano delle veloci caricature. Due fregi e sai chi sono, ed è tutto quello di cui hai bisogno di sapere…
La manipolazione di queste vite sottili diventa una banale conseguenza. Niente di preterintenzionale. Nessuna malizia. Si tratta solo di una semplicissima selezione naturale. Io mi muovo veloce, tu invece sei lento, non hai possibilità, sei spacciato. Annientarti non rientra nei miei piani, ma succede, come il sole che squarcia le tenebre all’inizio di ogni giorno.
Mi dovrei sentire in colpa? E perché? Non ho dato spinte. Non ho drogato nessuno, io. Mi sono limitato ad indicare alcune strade. Possibilità, tutto qui. Se volete condannarmi, fatelo pure, ma continuerete a non dormire la notte, mentre io ho sempre dormito benissimo, prima e dopo quel giorno di luglio.
Nikko88 e Sammysamantha si chiamavano. Il nickname può bastare per adesso. Il resto, se volete, lo potrete leggere sui giornali, rotocalchi spazzatura per comari annoiate. Io mi rifaccio solo alle caricature con le quali mi si sono presentati, e se a voi interessa la mia storia, dovreste farvene una ragione. Ragazzo, ragazza, bambino, vecchio. Che importanza può avere. Il gioco è gioco. Nel labirinto di specchi sei solo un’immagine riflessa. Un riflesso elevato a potenza.
Volevano risposte ed io gliel’ho date. Volevano un po’ di “action”, e quella c’è stata, non ci sono dubbi. Ma non potete addossarmi la colpa, eh no! Non sono stato io quello che li ha rivestiti di tritolo. Non guidavo il taxi che si è fermato davanti al palazzo del governo. Non ho dato il via a quella loro corsa sfrenata verso l’atrio dell’edificio. E soprattutto, non sono stato io a premere i pulsanti.
Di chi è la vera responsabilità di tutta questa sporca faccenda? Pensateci un po’. Vi sembra giusto quello che ci sta succedendo? Continuiamo a venire trattati come un branco di pecoroni, inebetiti dalle solite facce e dai medesimi slogan. Parole vuote che dilatano i tempi, attutiscono gli animi, sdrammatizzano realtà che sono ormai al limite della sopportazione. Quando la botte è piena fino all’orlo, basta un niente per farla rovesciare.
Chi vuol capire, capisca. Chi non lo vuole, pace all’anima sua, perché è già morto dentro. Incapace di accettare l’inevitabile evoluzione degli eventi. Lo spettacolo è finito, gente!
Non provate a rintracciarmi. So come dileguarmi tra le spire della rete. Posso prendere forme nuove, mimetizzarmi dentro server-spettro, moltiplicarmi infinitamente e ripropormi all’interno di pop-up commerciali. Riposerò nel vostro hard-disk stanotte, se per voi sta bene…
Mi rimangono un paio di minuti. Tutto quello che volete. Sono a vostra disposizione. Amore, guerra, morte e miracoli. Ho una risposta ad ogni vostra domanda. Su, provate a chiedermi qualcosa… Ma vi prego, non ritenetemi responsabile delle eventuali conseguenze. Causa ed effetto. L’universo va avanti così da sempre. Se vi piace giudicare con questo vostro assurdo metro, se proprio avete bisogno d’incolpare qualcuno, allora rivolgetevi al padreterno. È stato lui l’artefice di tutto, o sbaglio?
Addio gente. Preparatevi al peggio. Un milione di bombe umane vi aspettano. Cinema, supermercati, uffici, centri commerciali. Sarete al sicuro solo nelle vostre case. Davanti al vostro computer. Ed è proprio lì che vi verrò a trovare.
‘Notte gente…
Sogni d’oro!

GM Willo 2008

mercoledì 14 ottobre 2009

I DIVINATORI DEI CRISTALLI

Tra le spire del tempo riposa una storia che non si deve sapere.
I custodi delle storie proibite sono demoni con zanne affilatissime, che pattugliano gli scrigni in cui esse risiedono. Vergate sopra antiche pergamene, corrose dal tempo ma pur sempre indelebili, attendono il giorno in cui qualcuno le rivelerà al mondo. Perché per quanto le si possa nascondere, per quanto le fauci digrignanti di mostri alieni vi stiano di guardia, queste storie desiderano uscir fuori.
In una terra di sogno chiamata Liberzia, vivevano molti popoli diversi tra loro. E come sappiamo tutti, le diversità fomentano insofferenze. Perché l’uomo è una creatura insicura, e galleggia nel mare del tempo senza nessuna direzione, come una medusa gelatinosa.
Il popolo più forte di tutta Liberzia erano i gli abitanti di Krystalos, una terra bellissima e ricchissima che si trovava ad est del grande continente. Erano i divinatori dei cristalli, e per questo si chiamavano Krysni. Indossavano vesti sgargianti, abitavano in palazzi lussureggianti, e tutti gli altri popoli li guardavano con rispetto e timore. I Krysni usavano la pietra dell’acqua per manipolare gli elementi e richiamare la magia. Avevano un grande potere, ed erano capaci di proiettare delle immagini su delle larghe lastre di vetro azzurro. Erano i vetri delle visioni, e tutti li trovavano sublimi, e li contemplavano per ore ed ore, sognando ad occhi aperti.
La terra di Krystalos era così stupefacente e meravigliosa che chiunque la mirasse, dal vivo oppure attraverso le immagini proiettate dai vetri incantati, rimaneva estasiato e voleva assolutamente diventarne parte.
Ma le meraviglie di Krystalos potevano essere mantenute solo dall’utilizzo sfrenato dei cristalli del potere. La terra era generosa e ne offriva in grande quantità, ma Krystalos diventava col tempo sempre più grande e magnifica, e di conseguenza richiedeva sempre più magia.
Venne il tempo in cui i Cristalli non erano più sufficienti a soddisfare le necessità del paese. Tanti erano i divinatori che si adoperavano per far risplendere le grandi città. C’erano palazzi che s’innalzavano fino a toccare il cielo, tutti illuminati di mille colori. Di notte era uno spettacolo a vedersi.
Nella capitale sorgevano due alte torri di madreperla, e queste erano le più alte di tutta Liberzia. Erano il simbolo ed il vanto dei Krysni.
Ma i governatori del paese erano molto preoccupati, e non sapevano come far fronte all’esigenza di nuovi cristalli del potere. Si riunirono un giorno attorno alla grande roccia rossa, che era il luogo in cui venivano prese le decisioni, e cominciarono a discutere sul futuro di Krystalos. Ma per il paese non c’era nessun futuro, se non si risolveva il problema dei cristalli.
Allora qualcuno incominciò a parlare di un paese lontano che si chiamava Miralia, una terra che si trovava dall’altra parte di Liberzia e che era abitata da gente semplice e misera. Era una terra perlopiù desertica di cui si sapeva poco, ma quello che si sapeva di certo era che vi erano grotte molto profonde stracolme di cristalli. I Miraliani non sapevano utilizzare il potere delle pietre, ma erano molto fieri delle loro grotte. In passato alcuni divinatori si erano spinti fino a quelle terre desertiche per rifornirsi delle magiche pietre, ma quello strano popolo non voleva assolutamente che nessuno toccasse i loro giacimenti.
Allora i potenti di Krystalos parlarono per molto tempo di questa cosa, e qualcuno iniziò a rimanere infastidito dal fatto che tutti quei cristalli non fossero utilizzati. Qualcuno pensò che i Miraliani fossero gente stupida, o che non amassero le meraviglie del loro paese. D’altronde anche loro potevano vedere attraverso i vetri delle visioni, e rendersi conto di quanto incantevole fosse la loro terra. Un governatore disse che erano gelosi. Un altro disse che erano malvagi. Un altro ancora disse che erano figli di demoni.
Così, di comune accordo, i governatori di Krystalos decisero che il modo migliore per porre rimedio alle loro necessità era quello di fare guerra a Miralia, ed impossessarsi di tutti i suoi cristalli.
Ma certo questo non poteva essere fatto senza una nobile giustificazione. Gli altri popoli non avrebbero mai accettato che Krystalos, per quanto meravigliosa, decidesse di fare guerra ad un popolo per depredarlo.
Così i governatori continuarono a discutere attorno alla roccia rossa, che rappresentava la fede, la verità e la giustizia per tutti i Krysni.
Nessuno lo disse, ma molti lo suggerirono. Nessuno accettò la totale responsabilità del piano, ma tutti se ne presero un pezzettino, quel poco che le loro coscienze potevano sopportare.
In una notte di luna piena le due grandi torri di madreperla vennero giù, e le immagini del disastro vennero riprodotte in ogni vetro magico di Liberzia. Tutti i popoli videro le splendide costruzioni crollare, uno spettacolo stupefacente e raccapricciante al tempo stesso.
Poi le pietre mostrarono i governatori di Krystalos riuniti attorno alla pietra rossa. Qualcuno piangeva le vittime del disastro, qualcuno imprecava rabbioso, qualcun altro diceva che solo il potere concentrato di molti cristalli avrebbe permesso un evento del genere. Poi venne detto che una condensazione di potere tale esisteva, oltre che in Krystalos, solo in un altro paese; Miralia. E anche se era risaputo che i Miraliani non usavano il potere dei cristalli, si sapeva anche che essi non guardavano di buon occhio le meraviglie di Krystalos. Anzi, molti addirittura le odiavano.
I governatori continuarono a parlare per tutta la notte, mentre le pietre mostravano di continuo le immagini delle torri crollare. Alla fine, anche se nessuno lo disse chiaramente, tutti si convinsero che i Miraliani erano gli artefici di quel disastro.
Non ci fu più bisogno di convincere gli altri popoli. Tutti quanti appoggiarono la decisione dei governatori di Krystalos, che mandarono mille grandi divinatori ad affrontare l’esiguo esercito dei Miraliani. I divinatori distrussero città, uccisero uomini, donne e bambini, incendiarono le biblioteche e i luoghi di culto, spianandosi la strada verso le meravigliose caverne piene di cristalli.
E fu così che Krystalos ritrovò il suo splendore. Vennero costruiti nuovi palazzi e nuove torri di madreperla. I popoli seguitarono ad ammirare le meraviglie di Krystalos attraverso i vetri delle visioni, e i Krysni continuarono ad utilizzare le pietre del potere per far risplendere le loro opere.
La guerra con i Miraliani fu presto dimenticata, e anche la terra di Miralia fu cancellata dalle mappe. Il ricordo di quel misero popolo è rimasto in questa storia, che i governatori di Krystalos hanno prudentemente consegnato alle spire del tempo, nella speranza che non venga mai narrata.
Ma una storia è come un fiore. Se lo copri, fará di tutto per trovare la via della luce.
Perché il destino di ogni storia è quello di essere raccontata.

GM Willo 2008