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domenica 1 agosto 2010

L’UOMO DELLE MONTAGNE



La foresta non era sempre stata laggiù.
Ai tempi in cui la comunità dei Falconieri decise di stabilizzarsi nella Valle dei Canti, una larga striscia di terra ricca di alberi da frutto e ruscelli, vi era solo un paesaggio piatto ed incolore oltre la collina più alta, all’orizzonte del quale brillava violentemente un enorme sole azzurro.
Il padre di Diamond raccontava spesso di come un giorno di molti anni prima, salendo sulla collina per far volare il suo falco, aveva scoperto la grande foresta. Giunto in alto aveva guardato oltre la cresta e si era meravigliato davanti a quel mare ombroso di vegetazione che si estendeva fino a una lunga striscia di montagne dai picchi ameni e tinteggiati di bianco. Il sole azzurro doveva trovarsi oltre quella nuova catena montuosa, e il cielo riverberava di argento sopra quel paesaggio appena coniato. Questo era Limbo, un mondo in continuo cambiamento, dove le terre scivolavano via sotto i piedi degli uomini come il tempo sulle loro pelli.
Diamond aveva investito la carica di Cacciatore del Villaggio da qualche giorno, ma ancora non era mai uscito oltre la valle per il suo nuovo incarico. La foresta però la conosceva bene, perché per molti anni era stata il suo rifugio ed il suo posto speciale. Vi si recava quando la solitudine lo attanagliava, mettendo a nudo la sua scomoda condizione di giovane erede al Guanto Dorato di capo del villaggio. Era la carica che suo padre aveva in serbo per lui e non poteva rifiutarla.
Ereditare le responsabilità di una comunità intera non era cosa da poco. I Falconieri contavano oltre duecento elementi, compresi donne e bambini, e organizzare la prossima migrazione sarebbe stato il suo più grande compito, il compito di ogni capo delle decine di comunità nomadi di Limbo.
Quando il sole rosso che determina la fine del mondo fosse apparso all’orizzonte, sarebbe giunto di nuovo il tempo di migrare verso il sole azzurro, alla ricerca di una nuova terra sulla quale fondare il villaggio. Il pensiero di quella grossa responsabilità lo faceva spesso sentire solo nell’insicurezza di non sentirsi all’altezza di quell'incarico.
Mentre quei pensieri turbinavano nella sua mente, si ricordò del suo amico falco che cacciava sopra le alte chiome della foresta. Scrutò lo squarcio di cielo dalla radura nella quale era giunto ma non vi era traccia dell’uccello. Vide però del fumo librarsi dal fianco della montagna più vicina, segno inconfondibile della presenza di un viaggiatore poco avveduto. Era infatti risaputo che la catena montuosa oltre la Valle dei Canti era azzardata e priva di sentieri facili, e una leggenda parlava anche di uomo solitario e pericoloso che si aggirava con misteriosi intenti tra i boschi e le nevi perenni di quei rilievi. I Falconieri evitavano accuratamente le montagne, e i viaggiatori saggi sapevano che vi erano strade migliori per attraversare quel territorio.
Diamond chiamò il suo falco con tre acuti suoni del fischietto che teneva appeso al collo, una sequenza di note che era il tipico richiamo dei Falconieri. Attese qualche istante, mentre il silenzio della foresta lo sovrastava, e si guardò attorno, aspettandosi di veder sopraggiungere da un momento all’altro il suo amico alato. Ma non accadde niente.
Con l’agilità di uno scoiattolo il ragazzo incominciò ad arrampicarsi su un albero che sporgeva la chioma oltre il tetto della foresta, e giunto abbastanza in alto da poter gettare lo sguardo in ogni direzione, soffiò tutto il fiato che aveva nei polmoni dentro l’imboccatura del fischietto. Il falco però continuava a non rispondere al richiamo. Scrutando il cielo giallo sopra la foresta, Diamond si accorse che nessun uccello vi volteggiava, nessuna nuvola lo attraversava, e il sole era scomparso, fuso insieme al cielo stesso per dare vita a quell’intensa luminosità dorata.
Significava che si stava facendo tardi e che il quinto margine del giorno era passato da tempo. A casa i suoi genitori lo stavano già aspettando, ma non poteva tornarsene al villaggio senza il suo amico alato. Sarebbe stato un grande disonore per qualsiasi falconiere, figuriamoci per l’ereditario del Guanto Dorato.
Continuò a fischiare seduto sul ramo del gigantesco albero, sperando di scorgere un movimento, un segno della presenza del suo amico. Un grido squarciò il silenzio della foresta. Diamond sussultò e per poco non perse la presa che lo teneva aggrappato al ramo. Era sicuramente il richiamo del suo falco, e sembrava provenire dalla montagna, dove continuavano a librarsi nell’aria le nuvolette di fumo del bivacco del viandante. Con due agili salti Diamond atterrò sul sentiero e senza perdere tempo si diresse verso la montagna, verso il richiamo dell'uccello che presagiva un pericolo.
Giunto ai piedi dell’altura si accorse che la foresta continuava a ricoprire il terreno per quasi l’intero fianco della montagna, ma appena il sentiero incominciò a inerpicarsi tra le rocce e la vegetazione, questi si perse in una piccola radura priva di sbocco. Alzò gli occhi al cielo che perdeva lentamente il suo colore dorato per farsi scuro e buio. Adesso Diamond temeva di non riuscire a tornare a casa se l’imprevedibile notte di Limbo fosse sorta senza luna e senza stelle.
Usò nuovamente il fischietto nella speranza di un qualche risultato. Da quella radura poteva solo tornare indietro per il sentiero dal quale era giunto, oppure tentare la sorte verso una direzione casuale dentro la vegetazione, una decisione che poteva farlo smarrire nelle viscere della foresta. Ora non temeva solamente per la sorte del suo amico falco ma anche per la sua. Gli tornarono in mente le storie sull’uomo delle montagne, lo strano tizio che si aggirava da quelle parti senza una meta apparente, un mago secondo alcuni, un pazzo secondo altri. E se fosse stato il suo fuoco quello che aveva intravisto dalla cima dell’albero?
Ad un tratto la temperatura sembrò calare vertiginosamente, ma il fenomeno durò solo qualche secondo. Poi il paesaggio attorno al ragazzo crepitò di elettricità, un effetto ottico che fu subito accompagnato da una melodia inafferrabile, uno di quei rari fenomeni chiamati Canti di Limbo, musiche provenienti da remote dimensioni che affioravano nell’aria nei momenti più strani. La melodia durò meno di un minuto, spegnendosi con una nota lunga e grave, poi tutto sprofondò nel silenzio. Un attimo dopo Diamond avvertì un movimento alle sue spalle tra i cespugli, ma era come pietrificato e per un istante non riuscì a muovere un dito. Poi, come scosso da una forza interiore sconosciuta, girò su stesso sfoderando il coltello che teneva appeso alla cintura, un regalo del padre per la sua nuova investitura.
Davanti ai suoi occhi lo sovrastava una figura imponente. Aveva il volto come scolpito nella roccia, ed occhi che sprofondavano in un precipizio di assurde conoscenze. Quando lo sguardo del ragazzo incrociò quello dell’uomo, una baratro di follia si aprì sotto i suoi piedi. Diamond vide riflesso negli occhi dell’uomo una vita lontana milioni di ere. Sembrava che l’intera figura, alta una spanna più di lui, emanasse una strana fluorescenza. L’uomo delle montagne era muto, ma parlava con gli occhi.
«Ragazzo, che pena mi fa la tua vera natura, la tua sola bugia…»
Le parole dell’uomo non avevano suono, eppure la mente di Diamond riusciva a percepirle. Quale fosse il loro significato non avrebbe mai potuto intuirlo. Il ragazzo si voltò di scatto e si gettò nella foresta, alla ricerca di quel sentiero che lo avrebbe ricondotto a casa. Udì il suono di un ghigno rimbombare dentro la sua testa, come se lo straniero ridesse di lui e della sua vigliaccheria. Il sentiero si era fatto liquido sotto i suoi piedi, ed ignorava il dolore dei rami che gli sferzavano la faccia. Diamond era lanciato in una folle fuga lontano da quell’uomo, e di sicuro non si sarebbe neanche voltato un momento se i suoi pensieri non fossero andati all’amico falco. Non fu la paura di essere disonorato per la perdita dell’animale che lo fece fermare, ma la genuina preoccupazione per il suo fedele amico. Diamond frenò la sua corsa appigliandosi ad un ramo e voltò lo sguardo verso la radura appena lasciata. Lo straniero era ancora laggiù e stringeva qualcosa nella mano, qualcosa che si dimenava gridando; il suo falco.
«Lascia andare il mio falco!»
Diamond sentì gridare queste parole dalla sua bocca, una reazione che lo sorprese profondamente. Provò a pensare a come uscire da quella situazione, ma si accorse di non avere nessuna possibilità. L’uomo che aveva davanti era sicuramente un mago e la sua vita era ormai nelle sue mani. Poteva solo continuare a fidarsi di quell’istinto che lo aveva fatto fermare e urlare quelle parole. Lo straniero rise nella sua testa, ma il suo volto era sempre di roccia.
«Hai coraggio, piccolo Arcon. Chissà che strana derivazione sei? Potresti essere addirittura mio parente?»
Ancora una volta quelle parole attraversarono la mente di Diamond senza lasciare traccia. Il ragazzo non aveva la minima idea di cosa stesse dicendo lo straniero.
«Non so di cosa state parlando. Io sono solo un Falconiere della valle, e quello è il mio falco. Lasciateci andare!»
L’uomo avvicinò al suo volto l’uccello che si dimenava.
«Rivuoi il tuo amico?» Domandò l’uomo nella testa del ragazzo. «Ecco qua!»
Con un rapido movimento del braccio lo straniero scagliò l’animale verso Diamond che lo vide congelarsi nell’aria, paralizzato da qualche strana magia, e atterrare ai suoi piedi con un rumore di vetri spezzati. Incredulo il giovane Falconiere vide il suo falco andare in frantumi.
Se la follia non lo colse davanti a questa visione, per poco non ci riuscì quando la risata dell’uomo attraversò nuovamente la sua testa. In quel momento la foresta incominciò a girare e Diamond si ritrovò disteso sopra i pezzi di vetro sparsi sul sentiero. Due notti caddero in quel momento, quella di Limbo sul paesaggio e quella del ragazzo nella sua mente.
Quanto di tutto ciò fosse stato un sogno oppure no lui non riuscì mai a capirlo. Diamond venne svegliato la mattina dopo dal punzecchiante becco del suo amico. Ripercorse il sentiero fino alla Valle dei Canti, trascinando due gambe pesantissime e tenendosi una testa dolorante tra le mani.
Da allora si tenne molto distante dalle montagne, ma ogni volta che visitava la foresta gettava lo sguardo verso di quei rilievi, cercando il segno di un bivacco, una traccia di fumo nel cielo. E a volte succedeva che vi era davvero qualcuno lassù che alimentava un fuoco, probabilmente un viandante poco avveduto, un nomade sulla strada sbagliata, oppure…

GM Willo per il progetto Limbo

martedì 15 settembre 2009

I VEGGENTI DEL NUOVO MONDO

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Il collasso del mondo non avvenne dal giorno alla notte, come molti si aspettavano. Accadde lentamente, attraverso gli anni e le generazioni.
Fu come un complicato meccanismo, messo in moto da molteplici fattori; lo scontro tra religioni, l’esaurimento delle risorse energetiche, lo scioglimento dei ghiacciai, il divario tra i ricchi e i poveri e soprattutto l’odio e l’ignoranza accumulata nei secoli.
Giunto al punto di non ritorno, l’uomo decise di farla finita e di premere i pulsanti del suo destino.
Le distruzioni apocalittiche, derivate dall’utilizzo di ogni ordigno disponibile, oltre ad eliminare la maggior parte della popolazione terrestre, innalzarono ulteriormente la temperatura della superficie del pianeta, provocando lo scioglimento dei più grandi ghiacciai.
Le grandi metropoli, già distrutte dalle bombe, vennero sepolte dagli oceani che alzarono il loro livello di parecchi metri.
L’uomo venne spazzato via e la sua cultura moderna s’inabissò con lui.
Pochi sopravvissero, protetti dalle montagne, nascosti alla furia degli eventi.
Ci vollero anni prima che qualche comunità di uomini si riorganizzasse in uno stralcio di società. Piccole tribù, tornate a coltivare la terra e allevare animali, ben intenzionate a rimanere nel loro piccolo guscio e a non ricercare testimonianze della passata catastrofe.
Passarono gli anni e le generazioni, e le storie divennero mito. Il nuovo uomo non voleva sapere da dove proveniva, e rimaneva ben nascosto nelle verdi valli del nuovo mondo, lontano dalle rovine di quello vecchio. E questo era ciò che volevano anche i Veggenti.
I Veggenti erano una comunità di oscuri studiosi, conservatori dell’antica storia del mondo. Alcuni uomini percepirono l’imminente catastrofe, ma non volevano che la cultura dell’umanità si perdesse insieme al resto. Credevano che la testimonianza della loro storia e dei loro sbagli poteva essere la più importante eredità da lasciare ad una nuova possibile umanità. Un eredità necessaria per evitare un’altra futura catastrofe.
All’apice della conoscenza tecnologica, gli uomini potevano conservare in piccoli contenitori milioni di informazioni. Le memorie digitali erano dei veri e propri universi virtuali da esplorare. Le biotecnologie avevano cambiato il livello percettivo degli uomini che sondavano questi supporti. Se infatti un tempo erano dei dispositivi esterni che leggevano quelle memorie, riproducendole poi su uno schermo, si arrivò successivamente a leggerle con la propria mente, attraverso degli amplificatori percettivi inseriti nel cervello. Questo rivoluzionario sistema di lettura del digitale cambiò profondamente la percezione del virtuale. Si parlava di lettura mentale del virtuale.
Alcuni uomini, vissuti per anni leggendo memorie, acquisirono la capacità di entrare dentro queste anche a grandi distanze, e le generazioni a loro seguenti, per un bizzarro mutamento genetico, avevano l’innata capacità di poterle sondare senza alcun intervento al cervello.
Coloro che decisero di preservare la storia del vecchio mondo capirono che per farlo dovevano usare le memorie digitali e far sopravvivere la dinastia di alcune di queste persone capaci di poterle leggere.
Così si costruirono dei rifugi sotterranei, in luoghi segreti e inaccessibili, dentro l’eterna pietra delle più alte montagne, e qui si conservarono gli Scrigni della Conoscenza. A proteggerli vennero messi i Veggenti, coloro che potevano entrare e viaggiare dentro quegli scrigni.
L’ultima alba si accese sul mondo del vecchio uomo, e il sipario d’acqua ricoprì la grande era moderna. L’uomo sarebbe sopravvissuto, nella vergogna del suo passato.

…Ma in uno degli ultimi villaggi sopravvissuti, libero ormai dall’antico vincolo della microcellula familiare, la grande tribù attendeva con fermento la nascita di un nuovo cucciolo…tutti condividevano la paura e la gioia di quel momento, uniti dall’idea di essere “Uomini”, non di essere “parenti”.
Tutta la tribù aspettava quel momento con trepidazione, mentre antiche superstizioni riaffioravano dal passato, come ombre mai morte nella loro coscienza.
Il visionario vestito di piume e di pelli di coccodrillo si avvicinò alla capanna, suonando il suo magico sonaglio: cantava e ballava, come in preda a scosse elettriche e movimenti epilettici, inebriato dalle sostanze che aveva ingerito e bevuto, veleni figli della mutazione e della corruzione della natura…
Frutti che estendono la percezione, dal succo tossico e allucinogeno.
“OIE!ORANE’! GARANAH! PUATIE!” Urlava il vecchio, mentre la tribù seguiva muta la sua danza circolare. Le sue parole non significavano nulla in senso stretto, nulla a che fare con la logica, con il principio del terzo escluso o del principio di identità: frasi extralogiche, sparate dall’inconscio, sature di emozioni e di significato per una mente sensibile al cuore.
Un avvertimento, un monito per gli spiriti invisibili che scuotono la terra: “VIA! VIA!” sembrava urlare lo shamano “LASCIATELO STARE! VIA!”
E la danza continuava, accompagnata dal suono di pelli stese, battute con violenza dai percussionisti.
Il grido della donna squarciò la notte, sembrò smuovere le fiaccole fuori dalla tenda:
nessun pianto liberatorio…
Il terrore invase la tribù.
Da anni non vedevano un neonato, sano, intendo. La fossa di Rulakh, il crepaccio dove i bimbi nati deformi venivano gettati poco dopo la nascita, sembrava gemere affamato. Lo shamano gettò il suo sonaglio, entrò nella tenda, e la folla iniziò a mormorare come milioni di mosche.
Un altro fallimento?
Un altra maledizione?
Ma avvenne il miracolo, quell’evento straordinario che stupisce e incute timore, simbolo della nostra precarietà, della nostra incapacità di capire il mondo nelle sue intime leggi.
Il bambino crebbe sano e forte, imparò da Ughish a catturare i pesci-lampreda con l’aiuto dell’arpione, a sventrarli e cucinarli, imparò da Emre come si caccia con l’arco e come si scuoiano le prede per fabbricare indumenti, da Rutha apprese l’arte del canto, migliorò le sue doti di ballerino grazie ai consigli di Bomak, ma ciò che più lo stupiva, e che lo impauriva a volte, era il vecchio shamano Ghota.
Non parlava mai, soltanto nelle sue invocazioni e preghiere era possibile udire la sua voce,
il suo voto del silenzio poteva esser rotto solo allora, o gli spiriti gli sarebbero entrati dalla gola per afferrargli il cuore.
Ben presto il bambino crebbe, dopo 100 cicli lunari venne il momento dell’investitura: stava per ricevere il NOME.
Il ragazzo visse la preparazione a quell’evento con trepidazione e terrore: le donne lo lavarono e vestirono con le vesti rosse, intrecciarono i suoi capelli e tagliarono il suo codino, chiudendolo in una sacca.
Dipinsero il suo volto con il segno dell’UOMO e lo baciarono in bocca e sulla fronte, come per salutarlo, per dire addio alla sua infanzia.
In un modo orribile e pericoloso non vi era posto per il gioco, e l’uomo senza ancora un nome lo avrebbe presto imparato a sue spese. Le tende si aprirono, i tamburi vibrarono in un ritmo incessante, per arrestarsi di colpo al suo arrivo: era il momento.
Gotha era molto invecchiato, la sua curva andatura somigliava al moto di una goffa tartaruga piumata, difesa dal suo guscio di scaglie e adornata da mille sgargianti colori. Il vecchio agitò nell’aria il suo magico sonaglio, tutta la tribù si distese con il volto a terra, in un silenzio assordante. Impose le mani sulla fronte del giovane, spalancò la bocca per pronunciare il nome ricevuto dalle sue visioni la notte prima.
Ma il proiettile ad alta penetrazione mozzò la voce del vecchio in un grido soffocato, il petto esplose inondando di sangue il raggiante piumaggio. Gli uomini neri discesero dal cielo, mentre i draghi di acciaio comparivano come lampi oscuri da dietro le colline, affamati, spietati, imbattibili. Ovunque il rombo delle loro ali, dappertutto pioveva piombo mortale.
Presto le capanne arsero di fuoco chimico, la polvere cadde e si incendiò, uccidendo Rutha, Ughish, Bomak, Emre e tutti i suoi fratelli.
Ma lui sopravvisse. Inspiegabilmente, come un altro, prepotente miracolo, la sua vita non fu recisa quella notte. Non era ancora il momento, forse la morte non accetta anime senza nome, deve chiamarle per compiere il suo lavoro, e lui non ne possedeva ancora nessuno…
L’uomo che non aveva ancora un nome riuscì a fuggire, piangendo per giorni, maledicendo il cielo e gli uomini neri che gli avevano rubato tutto, anche il suo nome. Ma che non potevano sottrarli ciò che più lo rendeva Uomo.
La sua capacità di chiedersi “PERCHE’” la sua tribù fu sterminata.
“PERCHE’” gli uomini neri scesero dal cielo quella notte, la sua notte, per rubargli il nome.
“PERCHE’?” Tuonava nella sua testa, mentre la rabbia gli annebbiava la vista.
“PERCHE’?”

«Squadra d’assalto Manticora a rapporto, Signore.»
Il veggente oscuro rimase seduto sull’ampia poltrona di pelle, senza neanche voltarsi… Il fumo del sigaro vorticava nell’aria annodandosi, estendendosi, per poi contrarsi ancora, come un serpente sinuoso e spettrale:
«Avete raggiunto il bersaglio?»
«Raggiunto e Ripulito, Signore…»
Il Generale si voltò, ruotando lentamente la poltrona. I suoi innesti oculari brillavano nella sala, il freddo rumore dello zoom ottico squarciava l’aria.
Inquadrò le pupille del soldato, osservò ogni loro dilatazione o variazione, misurò con attenzione la tensione delle labbra, ogni segnale veniva registrato e confrontato con gli schemi emozionali installati.
«Avete prelevato il soggetto?»
I fotoricettori del generale segnalarono una variazione di 1.4 punti nelle pupille del soldato. Aspirò di nuovo il sigaro, per dare vita ad un nuovo miraggio di fumo.
«Non è stato possibile, signore, il soggett…»
Il generale lasciò cadere il sigaro, la moquette a scacchi bianchi e neri iniziò a crepitare debolmente.
Il Soldato deglutì debolmente, mentre l’uomo seduto si alzò, rivelando la sua immensa statura, frutto dell’esoscheletro al titanio vulcanizzato marcato Biotrust, un gioiello della bio-ingegneria post moderna: doppio polmone rivestito in sintederma a prova di PNX, fegato potenziato, apparato digerente agli acidi naturali, valvola cardiaca con triplo sistema di controllo del pompaggio, ed ogni altra futuristica protesi per estendere l’aspettativa di vita erano stati impiantati nella struttura portante, una cassaforte ossea inattaccabile, un oggetto unico ormai, un artefatto del passato irripetibile, un armatura sottopelle con sistema di manutenzione automatico a 64 cellule di nanochirurghi.
«Il soggetto…»
Tentò di continuare il soldato, ma il generale lo zittì con un gesto secco della mano.
«Riorganizza la tua squadra, arma i flyer, localizza il soggetto e portamelo VIVO.»
Il soldato non aggiunse niente, la fortuna lo aveva baciato, nessuna punizione o condanna,
un nuovo ordine, soltanto un nuovo ordine…
Quando si voltò, il sorriso ebete sul suo volto mutò in una smorfia di sgomento: l’ordine non era diretto a lui, ma al tenente Genkis, l’uomo che era entrato silenziosamente nel bunker come un predatore assassino.
Il generale sparò alla schiena del soldato con una vecchia calibro 12 da collezione, proiettile in oro, testa limata: il foro d’uscita sembrava un oblò di un sottomarino.
Sprizzi di sangue sintetico, pregno di droghe da combattimento e residui di stimolanti, macchiarono la cravatta del tenente Genkis, che osservò la scena senza batter ciglio.
«Ordine ricevuto, Generale. Non la deluderò…»
La moquette stava ormai bruciando, ma nel giro di pochi istanti, i nanorobot che componevano il tessuto si ridisposero nella stanza, questa volta formando un intreccio simmetrico di rombi e triangoli: isolarono le nanofibre danneggiate e le sostituirono con delle nuove.
Genkis uscì di fretta dal bunker, mentre un altro esercito di nanorobot iniziava il lavoro di ripulitura della stanza….
Il generale si adagiò sulla poltrona, reclinò lo schienale ed estrasse un altro sigaro maleodorante. Sul vecchio pacchetto la scritta -il fumo provoca il cancro-
“Non a me…” Disse fra se e se il Generale, mentre il doppio polmone si ripuliva da solo dal catrame residuo…
“Siamo noi il cancro del mondo.”
Si era messo a parlare da solo circa sei mesi fa: ogni volta che era sicuro di non essere ascoltato da nessuno commentava ad alta voce, ma non per parlare, per ASCOLTARE il suono di una voce che non lo chiamasse -signore- che non provasse paura o timore nei suoi confronti.
Quanto tempo era passato dall’ultima conversazione informale?
Non ricordava più il suono di una risata, il calore di una stretta di mano, una domanda, nulla di tutto ciò era presente nella sua memoria: soltanto ordini, direttive, comandi.
Ogni conversazione che ricordava era di tipo gerarchico: non parlava CON le persone, parlava ALLE persone, da una posizione di potere dove gli era concesso tutto, dove LUI era la verità dei fatti.
“Io sono un Dio… e un Dio non si ammala di cancro…”
Accese il sigaro e sospirò
“Si ammala di solitudine.”
Ma i rombi dei Flyer lo distrassero dai suoi pensieri, i reattori all’iridio fecero vibrare le pareti del bunker, come un piccolo sisma.
“Dove sarai adesso?”
Inspirò una lunga tirata, ed il sigaro brillò come un tizzone.
“DOVE?”

«SONO QUA!»
Per un istante il Generale credette che la voce prevenisse da qualche parte dentro la stanza. Invece era nella sua testa, in una diramazione sintetica del sistema percettivo. Era la voce di un ragazzo, squillante e nitida.
L’attacco lo aveva colto alla sprovvista, ma innalzò immediatamente un schermo protettivo. Erano anni che non ne faceva uso, ma riuscì velocemente a partizionare la mente, in modo che una porzione di questa non fosse accessibile da agenti esterni. Con quella avrebbe ragionato senza paura di poter dare un vantaggio al suo interlocutore mentale.
«Hai fatto presto a trovarmi» rispose il Generale, seguendo le onde cerebrali che lo avevano contattato ed entrando nella mente dell’intruso. Era come addentrarsi in una foresta vergine, un intricato universo di domande.
«Perché?» La testa del ragazzo urlava quella parola. Il Generale avvertì una pulsazione intensa all’altezza della tempia destra, una leggera fitta che lo sorprese.
Il contatto confermava i suoi timori, e dava un senso all’attacco portato a termine dai suoi uomini. Purtroppo non erano riusciti nel loro compito, e le conseguenze di questo fallimento potevano essere devastanti. Gli Scrigni della Conoscenza erano adesso alla portata di un quel giovane, e la loro lettura poteva corrompere le nuove generazioni.
Ciò che lo stupiva era la forza di quella proiezione mentale, l’intensità della sua “voce”, il controllo innato, la fisicità. Le menti potevano leggere, ma c’era chi raccontava storie di uomini capaci di manipolare la struttura attraverso il pensiero. Quelle storie le aveva sempre considerate leggende. Eppure il ragazzo lo aveva “punto”…
«Perché avete sterminato la mia tribù?»
Il pensiero era pregno di un pianto di dolore. Questa volta la “puntura” non arrivò alla fronte ma da qualche parte nel petto. La valvola cardiaca interruppe per un attimo la sua funzione di pompaggio. Il Generale si senti vacillare.
«Ragazzo, tu non capisci…»
Ma la frase si spezzò in un urlo. Un dolore lancinante come di carne lacerata gli esplose all’altezza dell’addome. Il Generale si piegò in due sulla poltrona girevole.
«Cosa non devo capire? Mi avete tolto tutto, anche il mio nome…»
“Pratiche tribali”, pensò il veggente con la parte schermata della sua mente. Ma si accorse che il ragazzo era riuscito a penetrarla, come luce che, filtrando in una camera oscura, rovina la pellicola. Si sentì sotto scacco ma non avrebbe mollato la presa. Forse quella era la loro unica possibilità di ritrovare il fuggitivo. No, non avrebbe azionato lo scudo mentale. Non ancora.
Come risposta ebbe una scarica elettrica che lo trapassò in verticale come un fulmine caduto da cielo. La potenza cerebrale del ragazzo era davvero notevole. Trovare le frequenze giuste per accedere alle banche dati sarebbe stato uno scherzo per un talento del genere.
«Quali banche dati? Cosa significa?»
Ci era cascato, maledizione. Aveva ormai completo accesso alla sua mente. Doveva alzare lo scudo…
«Cosa succede…» La voce del Generale era un sottile brusio. Dagli innesti oculari incominciò a sgorgare del liquido scuro che poteva essere un cocktail letale di sangue, olio lubrificante e materia grigia. Il suo corpo era completamente immobilizzato alla sedia. La mente era una stanza con porte e finestre spalancate, ma lui non poteva accederci.
Si sentì svuotare velocemente. I suoi pensieri, le sue conoscenze, le sue paure. Tutto fuoriuscì dalla sua testa, immagini mentali che, convertite in impulsi binari, viaggiavano attraverso l’etere alla velocità della luce.
Prima che l’oblio scendesse definitivamente sui suoi occhi, il veggente riuscì a formulare un ultimo pensiero. “Tutto stava per ricominciare!” Poi anche questa immagine fu trasformata in codici proiettati nello spazio.
Lo trovarono poco dopo due soldati. Il corpo ricadeva sulla poltrona come un sacco di stracci da lavare, gli occhi si aprivano a chiudevano come se gli innesti avessero subito un corto, mentre il liquido continuava a sgorgare macchiandogli gli zigomi. Lo sguardo dei due soldati si soffermò per un attimo sulla bocca del Generale che accennava un mezzo sorriso.
«Lo hanno svuotato.» disse uno.
«Avvertiamo Genkis!» rispose quell’altro.
Sulla moquette intanto i nanorobot continuavano le loro assurde pulizie.

Grezzo Illusivo - 2007

mercoledì 9 settembre 2009

IL SANTO

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Il fiume ribolliva di sostanze letali, un miscuglio alchemico denso e incolore. L’odore invece era dolciastro e nauseante. Era un habitat impensabile per qualsiasi forma di vita, eppure si intravedevano dei movimenti in superficie, code deformi e pinne contorte. Erano le creature di un mondo sofferente, l’eredità dell’ultima cultura umana.
Il Santo cavalcava adagio lungo le sponde di quel miasma putrescente. La sua armatura era coperta di una sostanza viscida che solo con molta fantasia poteva ricordare il sangue. Era una poltiglia filamentosa e bianchiccia. Sfrigolava corrodendo le piastre d’acciaio della corazza e le allacciature di cuoio, ma lui non ci faceva caso. L’ascia che gli pendeva di lato ne era completamente imbrattata, ma sembrava non aver subito alcun danno. Era un arma particolare. Qualcuno l’avrebbe definita magica.
Il cavallo, un esemplare gigantesco e innaturale, era bardato di tutto punto. Da dietro la maschera che gli proteggeva il muso, due occhi di fuoco pulsavano inferociti. La bocca era un ghigno di sangue rappreso e bava scura.
Insieme, uomo e cavallo erano una macchina da guerra possente. Erano l’unica speranza per i pochi sopravvissuti, per le sporadiche comunità di uomini che cercavano di riorganizzarsi, di far fronte alla carestia, ai malanni, alla follia di creature deformi vittime della grande guerra. Ne erano sorte una decina attorno al tempio, il luogo dove dimorava il Santo. Villaggi di fango e paglia, di catapecchie arrangiate con i residui di antiche costruzioni. Lamiere, plastica, gomma e altri materiali. Erano il manifestarsi dell’attaccamento alla vita, contro ogni probabilità di sopravvivenza.
Nel tempio vivevano altri come lui. Forse in totale erano un centinaio, uomini che conservavano la conoscenza del vecchio mondo, abili maestri d’arme e custodi di insidiosi misteri. Erano solo cento, troppo pochi per resistere alle efferate orde provenienti dalle rovine della città.
Ogni giorno si combattevano delle battaglie lungo il Confine. Lo chiamavano così, una striscia di terra morta sulla quale niente riusciva a crescere. Nessuno si spingeva oltre quel punto. Ma dalle nebbie imperiture, che nascondevano le torri abbandonate delle antiche città, fuoriusciva di tutto. La carne si era fusa al cemento, il metallo e la plastica convivevano insieme ai tessuti organici. Laggiù, la chimica come la conosceva l’uomo di un tempo non esisteva più, gli atomi si comportavano in maniera bizzarra, e gli organismi sottostavano a nuove necessità. La priorità non era più sopravvivere, ma uccidere.
Il Santo si sentiva stremato. La battaglia lo aveva svuotato delle energie, prosciugato delle speranze. Per quanto tempo ancora avrebbero potuto respingere l’avanzata di quelle orde di follia? Ancora un anno forse, prima che oltrepassassero il confine, massacrando la gente dei villaggi, ammalando ancor più la terra sulla quale strisciavano.
Lungo il fiume non cresceva niente. Gli alberi vicino alle sue sponde erano diventante delle piante avvizzite e contorte. L’erba aveva lasciato il posto ad un ammasso di terra scura nella quale neanche i vermi vi risiedevano. Nel loro costante incedere, le zampe possenti del cavallo vi affondavano dentro.
Il Santo avvistò un uomo che scavava una fossa a pochi metri dalla riva. Quando si avvicinò a lui vide che era un giovane dallo sguardo malato. I capelli gli spuntavano in ciuffi disadorni, lasciando delle larghe chiazze di cute scoperta. Ai piedi del giovane giaceva il corpicino senza vita di una bambina deforme.
Il disperato si genuflesse immediatamente davanti al guerriero, lasciando cadere la vanga con la quale stava scavando.
«Alzati uomo, non è necessario che t’inchini» gli disse il Santo, che osservava con tristezza il vestitino rosa della piccina, macchiato di quella terra nera e malata.
«Noi del villaggio vi siamo sempre riconoscenti. La sera ci riuniamo attorno al fuoco e cantiamo per voi. Siete la nostra salvezza» dichiarò il giovane, continuando a rimanere piegato davanti al guerriero.
«Come vanno le cose al villaggio?» domandò il Santo. La tristezza si trasformava in sconforto, lo sconforto diventava stanchezza. Voleva tornarsene al tempio il più in fretta possibile, voleva abbandonarsi all’abbraccio della sua nicchia, ma non poteva ignorare quella povera anima desolata.
«Purtroppo continua a non nascere nessuno, signore. I bambini muoiono prima di raggiungere i tre anni. Questa era la mia quarta figlia. Si chiamava Luisa.»
L’uomo sembrava ormai incapace di versare altre lacrime. La sua voce era quieta e rassegnata.
«Mi dispiace…» disse il guerriero. Ma la sua mente era altrove. Era a casa, insieme a sua moglie e ai suoi due figli. Desiderava riabbracciarli, e rotolarsi con loro sul prato verde davanti a casa, mentre aspettavano che l’arrosto fosse servito. Avrebbero cenato insieme, riso davanti al camino, e poi gli avrebbe messi al caldo sotto le coperte.
La notte sarebbe stata solo per lui e sua moglie.
Assaporava tutto questo, mentre si perdeva nella tristezza degli occhi del giovane.
Lui continuava a parlare, ma il Santo riusciva appena a sentirlo.
«Forse dovremo spostarci più a nord. Abbiamo sentito che sulle montagne è nata una bambina sana la scorsa estate.»
«Si, forse dovreste spostarvi…» ma il Santo aveva risposto senza badare a quello che diceva. Era inutile, comunque. Oltre montagne vi erano altre rovine, altre città disastrate, altri veli di nebbia dai quali fuoriuscivano le creature dell’oblio.
L’umanità era come il corpo di un uomo preda di una malattia terminale. Cercava di resistere, ma nessuna medicina sarebbe più riuscita a salvarla.
«Adesso devo tornare al tempio. Porta i miei saluti al capo villaggio.»
«Lo farò, signore. Dio vi benedica!» Il giovane raccolse la vanga e se ne tornò a scavare la sua fossa.
A quelle parole il Santo non poté fare a meno di pensare a dio. Un sentimento di rabbia mista a divertimento gli fece digrignare i denti. Ma quale dio, pensò. Quello che ci ha condannato a questa assurda esistenza? Quello che ha sussurrato agli uomini di premere gli stramaledetti bottoni? Oppure quello che ha preso per mano il corpicino della piccola Luisa, dicendole “Vieni da me, piccola mia. Vieni a trovarmi!”.
Forse dio era esistito, mentre il mondo si avviava velocemente verso il suo epilogo. Forse qualcuno ci ha creduto veramente, e si è sentito rinfrancato, e gli si sono illuminati gli occhi. Anche nei momenti peggiori dio poteva esistere, bastava che esistesse una speranza.
Ma in un mondo privo di speranza non poteva esistere una cosa chiamata dio.
Il fiume continuava a scorrere denso. Il dorso di qualcosa di aberrante affiorò fuori dall’acqua, una creatura metà pesce metà macchina. S’inabissò subito, forse disturbato dalla luce del sole.
Poi raggiunse la grande curvatura. Il fiume voltava bruscamente verso sud, ma la meta del guerriero si trovava qualche chilometro più avanti nella stessa direzione. Il Santo si lasciò alle spalle il nauseante odore dei liquami e proseguì attraverso i campi. Un tempo erano coperti di grano, ma oggi ci crescevano appena le erbacce.
Finalmente in lontananza avvistò le ampie facciate di vetro scuro che appartenevano al tempio. Una struttura massiccia, fatta di metallo e cemento, disegnata nella forma di una pietra grezza. Era una costruzione moderna del mondo moderno. Del mondo che era stato moderno, e che adesso non esisteva più.
Si avvicinò all’edificio. Due guardie del suo stesso rango gli si fecero incontro salutandolo.
«Come è andata?» domandò uno dei due.
«Non è stato facile. Azim non ce l’ha fatta!» Azim era il suo compagno. Ne erano già morti quattro da quando aveva iniziato a combattere sul confine.
«Mi spiace» rispose la guardia in automatico. Morire era una cosa normale.
«Ho bisogno di tornarmene a casa per un po’» spiegò il guerriero, scendendo da cavallo e porgendo le redini all’uomo che aveva parlato.
«Certamente. Ci pensiamo noi a riportarlo alle stalle.»
Il Santo si diresse verso la porta del tempio. Era una porta di vetro, priva di alcuna effige o decorazione. Aveva solo due scopi; chiudersi e aprirsi.
Percorse un corridoio nel quale si diffondeva una luce soffusa, proveniente da alcune fredde lampade al neon. In fondo vi erano le cripte. Quindici livelli che si estendevano dal sottosuolo all’ultimo piano del tempio. Ogni livello ne ospitava una ventina.
Ordinate, una davanti alla altra, assolutamente identiche. Il Santo si avviò con passo sicuro verso la sua. Era al secondo livello superiore, la terza da sinistra. Si fermò esattamente davanti all’abitacolo, una fessura scavata nel muro. Slacciò l’armatura e la buttò per terra, insieme alla grande ascia. Qualcuno le avrebbe raccolte e pulite.
Poi entrò dentro. Gli innesti trovarono da soli la strada.
La collina verdeggiante si spalancò ai suoi piedi. Tenere urla di gioia riempirono l’aria frizzante di fine estate. Era un pomeriggio assolato, ancora carico della frescura di recenti temporali.
I due ragazzi gli vennero incontro, sullo sfondo di un casa di pietre grigie. Sua moglie sorrideva ferma davanti alla porta, pulendosi le mani al grembiule. Era bellissima.
Afferrò i due ragazzini e rotolò sull’erba insieme a loro. Le risa divennero acqua argentina che scorre. Il tempo parve fermarsi.
Poteva davvero esistere una realtà come quella che aveva appena lasciato?
Valeva davvero la pena considerarla realtà?
Sono a casa, pensò.
E tutto il resto non aveva più nessuna importanza.

GM Willo 2008