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sabato 17 aprile 2010

LE SETTE REGINE

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«Guerriero, perché ti interessano le terre del sud?»
«Non ho alcun interesse per quelle terre. Ho solo bisogno di rimanermene lontano dall’impero per un po’…»
E così il capitano del Migrante, una nave mercantile che trasportava metalli e altre materie prime, invitò a bordo lo straniero e la sua spada. Si chiamava Udrien, e il suo nome precedeva già la leggenda. Un guerriero rispettato, un guerriero temuto, e forse, per qualcuno, un guerriero scomodo. Ma le dodici corone d’oro pagate in anticipo avrebbero convinto qualsiasi marinaio. Udrien era ricercato dalla guardia reale perché accusato di omicidio. La vittima era il figlio di un barone, un personaggio meschino di cui non si sarebbe certo sentita la mancanza. Ma sebbene la vittima avesse infangato il nome della sua casata con le sue malefatte, e la sua prematura dipartita avesse risolto molti inconvenienti, il delitto rimaneva e Udrien, quale principale indiziato, doveva essere portato a giudizio.
Il Migrante modificò lievemente la sua rotta, per evitare spiacevoli incontri con la flotta dell’impero. Dopo una settimana di viaggio furono avvistate le coste del continente meridionale, di cui si conosceva poco o nulla. L’impero aveva i suoi avamposti lungo la costa, ma nessuna guarnigione si era spinta verso l’entroterra. Erano territori selvaggi, abitati da popoli ostili e superstiziosi, e poi si aggiravano delle strane bestie, felini giganti e serpenti letali.
Udrien salutò con un cenno il capitano e il resto dell’equipaggio e lasciò il porto. I cavalli erano rari in quelle zone, la gente preferiva muoversi con i cammelli, ma Udrien non volle rinunciare a una buona cavalcatura, e pagò altre dieci corone per un cavallo che nella sua terra non sarebbe costato più di due pezzi d’oro. Prima che la voce del suo arrivo potesse arrivare alle orecchie delle guardie dell’avamposto, Udrien era già lontano. Oltrepassò montagne di roccia rossa e sabbia, costeggiò per due giorni quello che secondo le leggende doveva essere il Grande Deserto Equatoriale, e infine spinse al galoppo il suo cavallo attraverso la sterminata savana, sulla quale poté avvistare i grandi felini muoversi a piccoli branchi; leoni e giaguari. Oltre la piana si apriva la giungla, una foresta incontaminata in cui si diceva vivesse il popolo più antico del mondo, i Léonidi, i figli del leone. La fuga si era trasformata in esplorazione. Udrien adesso non cercava solamente un luogo in cui il braccio dell’impero non lo avrebbe raggiunto. Voleva soddisfare la curiosità di ogni uomo del nord, accertare l’esistenza della città d’oro e delle sette regine immortali.
La storia veniva raccontata da secoli, forse addirittura da millenni, e più antica è la leggenda più incredibile diventa, perché nel tramandarla i menestrelli la colorano sempre di nuovi particolari. Le regine erano donne troppo belle per poterle contemplare senza impazzire, e per questo motivo indossavano sempre delle maschere. Mangiavano gli uomini e dimoravano in un palazzo d’oro e madreperla, che si ergeva in tutto il suo splendore sopra la città. Il cannibalismo era una delle pratiche che permetteva loro di vivere in eterno, insieme ad altre assurde stregonerie. Il loro popolo le temeva e venerava, e gli uomini facevano a gara per diventare il loro pasto. Perché si diceva che prima di mangiarlo, l’uomo veniva introdotto nella stanza del piacere, e le sette regine si toglievano le maschere e facevano all’amore con lui, tutte insieme. Al mattino l’uomo veniva trovato privo di vita ma con un’espressione beata sul volto. Poi veniva cucinato e mangiato.
Udrien non sapeva se credere oppure no a questa leggenda. Sicuramente un filo di verità doveva esserci, come con tutte le storie. La città d’oro e le sette regine… Fantasticava la mente del guerriero, mentre procedeva lentamente attraverso la vegetazione. Presto si rese conto che non sarebbe stato più possibile continuare a cavallo. La giungla diventava pian piano più intricata e non vi erano sentieri da seguire. Dette una pacca sul collo dell’animale e lo lasciò libero di tornare indietro. Forse sarebbe diventato il pasto di una famiglia di felini, ma quella era la vita. Un giorno si mangia, il giorno dopo si è mangiati…
Continuò da solo, aprendosi la strada a colpi di spada. Dovette accamparsi per la notte, ma preferì dormire su uno dei rari alberi ad alto fusto che riuscì a incontrare, relativamente distante dai predatori notturni ed dagli insetti velenosi. Al mattino seguì una dieta di bacche e liquore di radici, un estratto che si era portato dietro dal suo paese. Due sorsi di quell’essenza valevano un pasto completo. Riprese il cammino annusando l’aria e prevedendo la tempesta. La pioggia infatti non tardò ad arrivare, una doccia calda ed insistente tipica delle zone equatoriali. La vista di Udrien non riusciva a protrarsi più di una decina di passi, ma il suo senso dell’orientamento altamente sviluppato lo tenne sulla giusta strada. La direzione era sempre quella: l’estremo sud.
La pioggia continuò per tutto il giorno e il guerriero temette di essersi imbattuto in una di quelle perturbazioni tipiche di quei luoghi, eventi climatici che potevano durare per mesi. Invece un vento nuovo spazzò via le nubi quando il sole stava quasi per spegnersi all’orizzonte. Udrien si arrampicò su un albero per vedere finalmente dove si trovava e la visione che gli si presentò davanti agli occhi lo lasciò esterrefatto. Nel riverbero rossiccio del tramonto, vide ergersi in mezzo a quello sconfinato mare di vegetazione la città d’oro, una cupola di edifici a vetri e a specchi, ampie terrazze fiorite e strade illuminate da globi di luce, cento, mille, diecimila costruzioni di pietra finemente lavorata e ricoperta di uno strato di vernice dorata. La stessa procedura era stata riserbata alle tegole dei tetti, cosicché pareva che l’intera città rilucesse del metallo più prezioso. Nel mezzo, su un promontorio verde circondato da alberi dalla folta chioma, si ergeva un palazzo con sette torri, anche questo completamente ricoperto d’oro, ma adornato da elaborate venature di madreperla, una visione che lasciò il guerriero senza fiato.
Poco più tardi Udrien uscì dalla foresta e incontrò una delle strade che portavano alle porte della città. Il sole era già tramontato e non incontrò nessuno lungo il percorso. Solo le enormi statue di due leoni sorvegliavano l’ingresso alla città dorata, effigi inanimate ma assolutamente inquietanti. Lo stesso Udrien dovette fermarsi e prendere coraggio per passarvi nel mezzo. Anche questi erano ricoperti d’oro e avevano due rubini per occhi.
Entrò nella prima taverna che incontrò, e appena mise piede oltre la soglia si sentì gli occhi di tutti gli avventori addosso. Il motivo era facile da indovinare; aveva la pelle chiara, mentre i Leonídi erano scuri come l’ebano, e alti in media un palmo più di lui. Udrien non si lasciò intimorire e sedette su uno sgabello davanti al bancone. La locanda sarebbe stata considerata un luogo lussuoso nelle sue terre, ma qualcosa gli diceva che nella città dorata era solo una taverna come le altre. Non conoscendo la lingua fece un gesto all’oste che capì al volo e gli servì un boccale di birra scura, calda e dolciastra. Udrien la trovò insolita ma buona. Ne bevve tre e finalmente avvertì il tiepido conforto della mente sul corpo. Incominciò a sentirsi a suo agio ma non aveva voglia di ubriacarsi. Posò sul bancone una sacchetto di monete che l’oste, nonostante non riconoscesse il conio, fece scomparire velocemente in un cassetto. Poi gli consegno la chiave di una stanza. Il guerriero si concesse un’ultima bevuta e infine si ritirò.
La mattina dopo Udrien girò per le strade della Città Dorata, che i Leonídi chiamavano Camarvilia, e non passò certo inosservato. Raggiunse la grande piazza del mercato e vide un corteo di gente che si muoveva verso il palazzo centrale. Si unì alla folla e ben presto scoprì che era in corso un torneo. La gente si riversava sulle gradinate di un anfiteatro e sotto di questa, su un ovale di terra rossa, dieci guerrieri erano pronti a combattersi fino alla morte. Il premio più ambito era l’accesso alla stanza del piacere.
E allora Udrien le vide e capì che la leggenda delle regine nascondeva più di un pizzico di verità. Sedute su dei troni sporgenti dalla gradinata opposta, sette donne vestite di veli e piume attendevano l’uomo che sarebbe diventato per una notte il loro amante, e per molti giorni la loro principale portata. Indossavano delle maschere che conferivano loro dei musi felini; una tigre, un giaguaro, una leonessa, una pantera, un ghepardo, una lince e un puma. L’anfiteatro era ghermito, la gente brulicava dappertutto, ma un corno si levò forte nel cielo, e allora tutti si quietarono e rivolsero lo sguardo alle sette regine. Insieme diecimila persone salutarono le donne immortali. Il modo in cui questo rituale avvenne lasciò Udrein sbalordito. Il guerriero sedeva davanti ai troni, dalla parte opposta dell’anfiteatro. Nell’arena incominciarono i combattimenti, ma lui non perse mai d’occhio le regine, che rimanevano immobili ed imperscrutabili dietro le loro maschere.
Uno ad uno i guerrieri caddero, mischiando il loro sangue alla terra rossa. Un uomo alto con un elmo di bronzo ed una ascia bipenne uscì vincitore. Muscoli lucidi risaltavano sotto l’armatura, nell’accecante bagliore del pomeriggio equatoriale. Mosse ampi passi verso il centro dell’arena e, inginocchiandosi davanti ai troni, reclamò il suo premio.
Ma in quell’istante Udrien si alzò, e nessuno dei diecimila poté fare a meno di notarlo. Nell’anfiteatro era sceso il silenzio. Con un balzo scavalcò la fila di spettatori che gli sedevano di fronte e atterrò agilmente sulla terra rossa dell’arena. Sfoderando la spada che lui chiamava Gilda, andò incontro al vincitore del torneo, che lo superava di almeno due palmi in altezza. L’iniziativa del guerriero dalla pelle bianca non era prevista dal regolamento del torneo, ma l’occasione era troppo unica per interrompere il corso degli eventi. Le regine parlarono insieme. Udrien non poteva capirne la lingua, ma intuì il significato delle loro parole, perché il guerriero dall’elmo di bronzo si voltò verso di lui e alzò l’ascia, pronto a combattere.
Le incitazioni del pubblico s’innalzarono dagli spalti, mentre i due combattenti si avvicinavano al centro dell’arena. Saper leggere lo sguardo dell’avversario significava conoscere in anticipo le sue intenzioni. I Leonídi erano una cultura antica e molto diversa da quella dalla quale proveniva Udrien, ma esistevano anche i linguaggi universali, quelli del corpo e degli occhi. Il guerriero dalla pelle bianca attese impassibile, la spada salda tra le mani, la testa alta, le gambe in posizione di slancio. Fu il campione a muoversi per primo, descrivendo un semicerchio mortale con la sua lama bipenne. Udrien aspettò fino all’ultimo prima di scattare, ma non ripiegò indietro. Portò un affondo improvviso, agile , rapido e letale.
Il pubblico ammutolì. Il volto del guerriero dalla pelle d’ebano divenne una maschera di terrore. Gilda era penetrata in tutta la sua estensione attraverso l’addome del campione, che si sentì velocemente svuotare delle forze. Lasciò andare l’ascia, cadde in ginocchio e infine sprofondò nella terra rossa, emettendo l’ultimo respiro.
Nell’asfissiante calura del meriggio, uno straniero dalla pelle bianca andò a reclamare il suo tributo. Il pubblico tacque fino al momento in cui le guardie delle regine entrarono nell’arena per scortare il nuovo vincitore al palazzo dorato. In quel silenzio imbarazzante, Udrien non abbassò mai la guardia, consapevole di avere leso l’orgoglio di un intero popolo.
Ma per quanto lo potessero odiare, la sua vita apparteneva adesso alle sette regine. Venne condotto attraverso un corridoio sotterraneo che dall’anfiteatro arrivava direttamente al palazzo reale. Sette ancelle lo lavarono, lo spalmarono di creme profumate e lo vestirono con una tunica bianca e dei sandali. Fu costretto a lasciare la sua spada alle guardie che non lo persero di vista un istante, e questo lo turbò molto. Ma presto la sua curiosità sarebbe stata colmata. Avrebbe visto in faccia le signore della città dorata, avrebbe fatto parte della leggenda. Uno straniero nella stanza del piacere. Udrien viveva per le emozioni forti, sempre sull’orlo del baratro, perché solo se il rischio era alto valeva la pena di stare al gioco. La prospettiva d’impazzire davanti alla visione delle principesse non lo preoccupava minimamente. Se quella doveva essere la sua fine, allora ne sarebbe valsa sicuramente la pena.
Le ancelle insieme a due guardie lo accompagnarono davanti a una porta di legno massiccio, finemente lavorato. Rimasero tutti quanti a debita distanza dalla maniglia. Uno dei due uomini fece cenno al guerriero di proseguire da solo. Udrien non ebbe bisogno di essere pregato ulteriormente. Afferrò la maniglia e sparì all’interno della stanza.
La luce era quasi accecante. Una grande vetrata si apriva per almeno venti metri su un intero lato della stanza, e oltre questa vi era una terrazza semicircolare che dava sulla città, e vi erano piante e fiori e una fontana che zampillava allegra. La stanza invece era occupata per la maggior parte da una vasca d’acqua cristallina, alimentata da dei rubinetti dorati che gorgogliavano nel silenzio del caldo pomeriggio. Davanti alla vasca vi era un letto a baldacchino, il più grande che Udrien avesse mai visto, costruito in ferro battuto e placcato d’oro. Misurava almeno cinque metri in larghezza, ed era rivestito di sete dai colori sgargianti, e disseminato da decine di morbidi cuscini. Arazzi raffiguranti scene di caccia sfuggenti si muovevano appena accarezzati dalle brezze leggere. Il guerriero non si lasciò intimidire dallo scenario. Sapeva perfettamente quale sarebbe stato il suo compito, e il suo destino. Rimosse la tunica e la gettò in un angolo. Il suo corpo nudo, i suo muscoli scintillanti di creme, la sua lunga chioma corvina, si immersero delicatamente nella vasca. L’acqua era tiepida e profumata. Rimase in attesa, contemplando i riverberi dorati delle suppellettili e dei mobili che adornavano la stanza.
Entrarono insieme, tutte e sette, ancora adorne di veli e con le maschere ai volti. Si disposero davanti a lui lungo il bordo della vasca. Udrien le aspettava nell’acqua. Con un gesto abile e delicato rimossero le vesti, che si afflosciarono ai loro piedi. Sette corpi femminei turgidi ed abbronzati, dalle linee perfette. Seni ritti e pieni come pomi, ampi e sensuali fianchi nel mezzo ai quali spuntavano piccoli ciuffi scuri, invitanti, dolci e precisi. Con gesti congiunti si mossero verso di lui, scendendo gli scalini della vasca. Quei corpi meravigliosi ed immortali si immersero lentamente nell’acqua, e in quel momento Udrien afferrò il senso della leggenda. La visione di quella bellezza era talmente sconvolgente che una volta raggiunta, nessun uomo sarebbe mai riuscito a farne a meno.
Gli si fecero incontro, lo accerchiarono, allungarono una mano verso di lui, mentre l’altra la portarono dietro la testa, afferrarono il laccio che teneva legata la maschera e lo sfilarono lentamente, rivelando i loro visi. Udrien trattenne un grido. Il cuore gli balzò nel petto e accelerò in una corsa sfrenata. Era sicuro che gli si sarebbe spaccato in due. Lui che aveva affrontato demoni, draghi e creature né vive né morte senza mai abbandonarsi alle debolezze della mente, rimase vittima del tumulto emotivo. Restò immobile al centro della vasca, gli occhi sgranati incapaci di lasciare la presa, catturati da quei volti perfetti ma in maniera aliena. Afferrò un respiro e vi si aggrappò. Poi incominciarono le carezze, i baci e tutto il resto.
“Udrien, sappi che incontrerai nemici che eluderanno la tua spada e i tuoi muscoli. Stregoni, fattucchiere e creature dannate, ma non solo. Esistono divinità che camminano sulla terra, e alcune di queste sono maliziose e adorano baloccarsi con gli umani. Se avrai la sfortuna, o la fortuna, d’imbatterti in alcune di loro, avrai solo una possibilità per salvarti. Per questo motivo hai bisogno di conoscere le arti della mente. La mente è come un palazzo pieno di stanze. Quando queste creature vorranno giocare con te, devi fare in modo di chiudere a chiave la maggior parte di queste stanze, e farle entrare solamente in una di queste. Poi la chiuderai a chiave per sempre, e te ne terrai alla larga, se non vuoi che il veleno in essa confinato si riversi dappertutto…”
Udrien ricordò le parole di Walkor, padre e maestro. Ogni arte di sopravvivenza che conosceva la doveva a lui.
Non bastò una sola stanza per confinare il fascino incantatore delle regine della città d’oro. Ce ne vollero sette, una per ogni volto, e dopo quell’esperienza rimase ben poco del vecchio Udrien.
Le amò con il corpo più volte, ma le confinò lontano nella mente, e quando tutte furono sazie, lui le lasciò dormienti nel grande letto. Uscì dalla stanza e ritrovò la sua Gilda, forse l’unica compagna che gli sarebbe per sempre rimasta al fianco. Uccise tre guardie prima di riuscire a conquistare l’uscita del palazzo, e meno di un’ora più tardi era già lontano, ingoiato dal groviglio della giungla.
Sarebbe andato ancora verso sud.
Avrebbe svelato nuovi miti.
Perché il suo nome era Udrien, e nella sua lingua significava “forgiatore di leggende”.

GM Willo 2009

martedì 30 marzo 2010

EVOCAZIONI PERVERSE

evocazioni-perverse

Gridia era una di quelle città tagliate fuori dalle grandi strade mercantili dell’Impero, sorta secoli fa in un territorio aspro, appollaiata alle rocce come un falco di montagna. Era il luogo ideale per portare avanti subdoli giochi di potere, lontano dagli occhi indiscreti della Guardia Reale.
Sulle case e i palazzi decadenti dominava la cupola della chiesa, l’occhio vigile che tutto vede e tutto giudica. Il vescovo Callalni e suoi due vicari erano diventati col tempo gli uomini più importanti della città, e la delegazione dell’esercito dell’Impero sul posto rispondeva ai loro ordini.
Udrien, appena mosse un passo oltre le mura di città, avvertì subito nell’aria quell’oppressione tipica di quei luoghi in cui la chiesa ostenta il suo dominio. Storse la bocca quando, entrando nella piazza principale, che si apriva proprio davanti alla cattedrale, rinvenì le tracce di un rogo recente. Bruciare le streghe era una delle pratiche preferite dei preti.
Entrò in una locanda e ordinò dello stufato e della birra. Gli avventori erano pochi e se ne stavano in disparte, ma si sentì i loro sguardi addosso. Non poteva certo pretendere di passare inosservato, con la montagna di muscoli che si portava dietro e che non si vergognava ad esibire, e la sua vistosa spada che lui chiamava Gilda. Ci era abituato e li ignorò, prendendo posto vicino a una finestra e osservando le incombenti vetrate della chiesa, che nelle ombre del vespro baluginavano dei riflessi delle candele. Qualcosa nel profondo gli sussurrava che un male ancora più grande del dogma religioso aveva messo radici nella città di Gridia.
Mangiò e bevve, ma non osò andare oltre i limiti. Aveva intenzione di lasciare quel posto all’indomani, e mettere più strada possibile tra lui e i misfatti che vi consumavano. Chiese una stanza e si ritirò, ma il fato volle che la finestra della sua camera desse proprio sulla facciata della chiesa. Rimase ad osservarla tra le ombre della notte. Quando la città, già di per se silenziosa, sprofondò nella quiete notturna, Udrien avvertì la cantilena. Ne conosceva il timbro, anche se ignorava il significato delle parole. Quello non era un canto religioso, ma il rituale di un’evocazione blasfema. Non riusciva a prendere sonno. La nenia era appena percettibile, ma s’insinuava nell’anima, evocando strani incubi. A Udrien non piaceva essere disturbato. Afferrò Gilda e uscì fuori dalla taverna, puntando direttamente verso l’ingresso della cattedrale. Spinse con forza e quando la massiccia porta si mosse sui cardini rimase sorpreso. Probabilmente i cittadini temevano a tal punto quel luogo, che i preti non si preoccupavano di chiuderlo a chiave neanche la notte.
La navata centrale era disseminata di ombre, ma i sensi di Udrien lo avvertirono che nessuno lo stava spiando. Attraversò ad ampie falcate il locale fino alle porte che si aprivano sul retro. La litania continuava e sembrava provenire dalle catacombe.
Scostò l’uscio di una porticina che si apriva su un balcone di pietra e delle scale a chiocciola che sprofondavano nell’oscurità. C’era profumo d’incenso nell’aria, ma non quello che usavano i preti durante i sermoni. Aveva un odore stucchevole, stranamente esotico. Udrien arricciò il naso e proseguì, permettendo all’oscurità di ingoiarlo. Il guerriero poteva muoversi al buio come un gatto, attingendo ai sensi dimenticati, quelli sotto pelle, quelli che un vero uomo d’arme ha bisogno di conoscere se vuole rimanere vivo.
La scala contava ventitre gradini. Toccato il fondo Udrien scorse i contorni di una porta, oltre la quale bruciava una luce calda, forse una torcia. Il canto adesso era distinguibile in tutto il suo orrore: era il richiamo di un demone. Il guerriero ne aveva uditi di simili, nei suoi pellegrinaggi attraverso le terre di confine, luoghi impervi in cui abitavano culture molte più antiche di quelle dell’impero.
Nel momento in cui appoggiò la mano sulla maniglia, il canto si interruppe e il pavimento tremò. Udrien capì allora che l’invocazione era stata portata a termine, e qualcuno o qualcosa aveva attraversato il drappo tra i mondi, per giungere al cospetto dell’evocatore. Aprì piano la porta e si catapultò con la leggiadrezza di un felino dentro un corridoio appena illuminato. La luce proveniva dalla stanza che si apriva dopo pochi passi. Udrien vi sbirciò all’interno, appiattendosi al muro del corridoio, e quello che vide lo tormentò per molte notti.
Tre uomini seduti su alti scranni, nudi e glabri, osservavano la scena che si teneva sulla fredda pietra del pavimento, dentro cerchi e simboli di gesso dai misteriosi significati. Nei loro occhi si rifletteva la luce rossa di due enormi bracieri che bruciavano ai lati della stanza. Era da lì che s’innalzava il profumo d’incenso. Tutti e tre gli uomini erano intenti a darsi piacere solleticando i loro i membri, ispirati dalla visione che avevano appena evocato.
Una fanciulla di rara bellezza giaceva riversa sul pavimento, e un essere contorto e peloso, dalla forma vagamente umanoide ma con la testa sproporzionata e una gobba gigantesca sulla schiena, le stava sopra. Udrien poté vederne il pene, enorme e rosso, che si apprestava a dilaniare la povera vittima. La ragazza era viva e cosciente, ma incapace di emettere grida, forse incantata da strani sortilegi, oppure troppo terrorizzata per ricordarsi di possedere una voce.
Era questa la follia che si nascondeva dietro le mura di Gridia. Preti perversi che avevano stipulato patti coi demoni, rituali erotici sotto la cattedrale, e sacrifici pubblici per terrorizzare i cittadini. Quante città erano vittime delle superstizioni e della bramosia di potere dei religiosi? Quante persone pagavano il prezzo della loro ignoranza? Udrien sentì la furia crescere come un fiume in piena, la lasciò defluire nei sui muscoli e poi abbandonò il suo nascondiglio, scagliandosi con la spada alzata incontro a quello scenario di follia.
Prima che i preti realizzassero quello stava succedendo, il guerriero riuscì ad afferrare il braccio della fanciulla e a trascinarla fuori dal cerchio di protezione. Il demone era prigioniero dei simboli di gesso, e non gli era permesso di attraversarli.
Poi si mosse verso gli scranni. Recise la testa di un prete mentre questi provava ad alzarsi, trafisse il secondo alla schiena, mentre cercava di scappare, e il terzo, immobile e stupefatto, era invece rimasto seduto, col pene gonfio e gli occhi sbarrati. Udrien lo sollevò con una sola mano e lo scagliò dentro il cerchio del demone. Fu allora che incominciarono le urla, ma prima che le guardie trovassero il coraggio di investigare, Udrien era già lontano.
La ragazza aveva insistito per andare via con lui, e così erano scappati nella notte, mentre le urla del prete sfumavano tra le ombre, e le luci di Gridia si perdevano nella distanza. Camminarono fino al mattino e da un’altura videro l’alba, fulgida e bellissima. Lui guardò lei e si perse per un attimo nei suoi occhi.
«Dove vuoi andare?» le chiese.
«Lontano…» sussurrò lei. E da quel giorno non si fermarono più.

GM Willo 2009

mercoledì 4 novembre 2009

LO SPETTACOLO DI SPYRA PER IL CAOS

Spyra

Un demone l’aveva ribattezzata Spyra, e quello era adesso il suo nome. La via oscura parrebbe la più facile, ma sono molti i sacrifici che attendono colui che desidera entrare nella cerchia dei prescelti, e guardare oltre il velo dell’oblio, là dove la morte muore e qualcosa di orribile ed eterno incomincia.
La donna attraversava i corridoi del tempio con una torcia in mano. Portava i capelli sciolti, neri e lunghi fino alla vita, e aveva indosso soltanto una veste leggera, blu scura, che le ricadeva sulle forme prosperose, grossi seni dai turgidi capezzoli e fianchi sensuali. Conosceva tutti gli aspetti di quel rituale. Le prime volte che se n’era servita era stata male, ma il ricordo dell’umiliazione e del dolore era ormai stato riposto in quei cassetti della mente che un mago deve sapere tenere ben chiusi.
Spyra avanzava con passo deciso, i nudi piedi sulla fredda roccia del pavimento, il profumo di muschio e acqua stagnante nelle narici, il rumore smorzato delle cascate sopra il tempio. Lei era la sacerdotessa suprema, divinatrice e negromante, conoscitrice dei subdoli giochi dei signori della morte. Aveva bisogno del loro aiuto, aveva bisogno di altre risposte, e sapeva bene qual’era il prezzo che doveva pagare…
A volte, anche nella quotidanietá degli eventi più terribili, ai quali ci si abitua perché la mente di un uomo non ha confini, affiorano dei ricordi inaspettati, non voluti. Spyra ricordò la canzone che cantava insieme a suo fratello, nel cortile della fattoria in cui era cresciuta, in tempi antecedenti la grande guerra. Afferrò una serie di cinque note, che ripeté nella sua testa per cercare di ricordare il resto del ritornello, ma per quanto si sforzasse non ci riusciva. Si sentì sciocca a pensare a Demion, ucciso durante una delle tante scorribande degli orchi. Neanche un graffio sulla corteccia del suo cuore. Neanche l’accenno di una lacrima. Era solo la canzone che la turbava, perché non riusciva a venirne a capo.
Era quasi giunta in fondo al corridoio. Oltre una porta scura di legno e ferro vi era la sala delle invocazioni. Laggiù non ci sarebbe stato posto per degli insulsi giochi di musica. Cancellò dalla mente il ritornello e appoggiò la mano sulla maniglia, avvertendo il freddo contatto col ferro umido. Spalancò la porta ed entrò in una sala circolare, rischiarata lievemente da due bracieri posti ai lati di un altare di pietra. La temperatura della stanza era più temperata, grazie ai due fuochi, e l’aria leggermente fumosa. Spyra inalò le essenze sparse sopra il fuoco dai suoi assistenti, che avevano preparato la sala, assaporando i primi effetti stordenti che aiutavano il rituale evocativo. Sul pavimento sette cerchi tracciati con della polvere d’argento si intersecavano nel punto in cui si trovava l’altare. Spyra prese posto davanti al tavolo di roccia, calcato da strani disegni. Gettò la torcia in un angolo della stanza e appoggiò le mani sulla fredda pietra che le stava davanti. Controllò il respiro, chiuse gli occhi, alzò la testa e poi incominciò a toccarsi…
L’incantesimo le salì alla bocca come un‘entità distinta dal suo volere. Con gli occhi chiusi salmodiò la litania scandendo perfettamente ogni sillaba, attenta ad ogni cambio di tonalità. Un errore poteva costarle molto più della vita.
E mentre le parole, graffianti e indecifrabili, gremivano le ombre della stanza, la mano dell’evocatrice scendeva verso il basso, sotto la veste turchina, tra le insenature del piacere. Adeguò il movimento al ritmo del salmodiare, lasciandosi trasportare dalle onde calde che dal basso ventre le salivano fino alle guance. Il canto salì di tonalità e di volume, la bocca carnosa della negromante intrecciava articolati vocaboli di un linguaggio sicuramente non umano, la luce dei bracieri divenne più intensa, tremolò e si offuscò alla cadenza del movimento del suo bacino.
Spyra, ormai preda e predatrice del suo organo del piacere, appoggiò un piede sull’altare, divaricando al massimo le cosce. Accostò la sua vulva, piena e rossa, al bordo della pietra rituale, continuando a sfregarla avidamente con le sue dita. L’evocazione era giunta al culmine. Dai bracieri una luce gialla ed abbagliante si riversò nella stanza. La temperatura era diventata quasi insopportabile. Rivoli di sudore le scendevano copiosi dal volto, deturpato dagli spasimi di piacere, ma lei non accennava a fermare la sua ascesa. Si adagiò con la schiena sulla fredda pietra dell’altare e continuò a urlare l’incantesimo, cavalcando onde di piacere inarrestabili.
La porta era stata aperta e qualcuno la stava guardando. Demoni e anime corrotte, nefandezze dell’oscurità, esseri dimoranti nel caos, frattaglie di esistenze un tempo appartenute all’umanità. Lo spettacolo era per loro, per invitarle al suo cospetto, e in tal modo poterle corrompere per un ennesimo bagliore di conoscenza.
Il finale le montò in gola, insieme all’orgasmo. L’ultima parola della canzone si perse in un urlo di piacere, infrangendosi sui bracieri e spegnendoli definitivamente. L’oscurità l’avvolse, ma non aveva bisogno di vedere chi era entrato nella stanza. Spyra rimase dov’era, distesa sull’altare a riprendere fiato, conscia del drappo scostato.
«Ti è piaciuto lo spettacolo, demone?»
«Come sempre, Spyra» rispose una voce grave come la notte delle notti.
«Allora adesso mi dirai ciò che ho desiderio di conoscere…»
«Certo, tesoro» disse il demone. «Poi ci divertiremo un po’…»

Jonathan Macini 2009