martedì 29 settembre 2009

LA FORESTA VAMPIRA

Platani e querce secolari torreggiavano sopra la minuta figura di Mishan, cacciatore delle marche di ponente, ricordandogli le antiche leggende. La foresta era sempre stata lì, prima che l’uomo mettesse piede sul continente, prima che le navi lasciassero le sponde dell’Impero Caduto, e molto prima che le antiche guerre scoppiassero e gli uomini dimenticassero di essere stati tutti fratelli.
Se il tempo era nemico di ogni cosa viva, animali, piante e uomini, la foresta, che il suo popolo aveva sempre chiamato Uaki, il Grande Respiro, non sembrava venire scalfita dal deteriorante rintocco dei secoli. Eppure c’era qualcosa di strano in quel verde così rigoglioso e in quell’abbondanza di foglie, fiori e frutti. Mishan non aveva mai visitato i lidi di Uaki prima di allora, ma subito capì che l’ultima guerra, quella devastante venuta dal nord, era riuscita a trasformare anche quel luogo. Infatti, anche se le piante sembravano esplodere di vitalità, come fossero soggette ad una perenne primavera, nell’aria alitava un odore malsano. A Mishan fece pensare al fetore della decomposizione, il tipico tanfo dei sepolcri e dei luoghi dei morti. Quelle due così distanti sensazioni, vista e olfatto, percepite insieme, mettevano i brividi.
Mishan ricordò perché era giunto fino alla foresta. La mente andava distratta quando le paure più inspiegabili affioravano in superficie. Per due interi mesi aveva viaggiato attraverso le montagne del remoto occidente, terre di lupi e di orsi. Era il rituale ultimo che il suo popolo chiedeva a coloro i quali desideravano diventare Grandi Cacciatori. Mishan aveva affinato le sue tecniche di caccia e di sopravvivenza ed era finalmente pronto a ricevere l’investitura.
Ma la guerra era arrivata d’improvviso, una moltitudine di guerrieri corazzati e assetati di sangue proveniente dal grande nord. Nessuno si era capacitato del perché quei popoli solitamente pacifici, si erano uniti e avevano mosso guerra alle terre del sud. Qualcuno aveva già intessuto una leggenda al riguardo. Sembrava che una creatura millenaria, imprigionata nei remoti ghiacciai settentrionali, a causa delle alte temperature della passate estate, era stata liberata. In pochi giorni, richiamando un potere oscuro, la creatura aveva soggiogato le menti dei biondi e valorosi uomini del nord, per guidarli in una folle campagna di morte. Per questo motivo era stata chiamata la Guerra della Follia.
Tutto questo Mishan lo aveva saputo al suo ritorno, interrogando i pochi sopravvissuti che aveva incontrato lungo la strada. Il suo popolo era stato costretto ad abbandonare le sue terre e a salpare verso l’arcipelago di Matiki, nei mari del sud. Sconvolto da quelle notizie, Mishan aveva deciso di partire per le marche d’oriente, dove si diceva che la guerra avesse sterminato intere popolazioni.
Giunto ai confini della foresta, si era augurato di incontrare gli elfi, il popolo magico che da sempre abitava quei lidi. Non poteva credere che anche loro fossero stati spazzati via dalla furia dei popoli del nord. Ma inoltrandosi dentro Uaki, avvertì una spaventosa solitudine. Non solo non vi erano tracce degli elfi, ma anche gli animali della foresta parevano scomparsi. E proprio l’inusuale silenzio, rotto solo dal muoversi delle frasche al vento, era la terza strana sensazione che non poteva ignorare. Tutto ciò lo rendeva molto inquieto.
“Ma che fine avranno fatto i folli guerrieri del nord?” si chiese per l’ennesima volta. Nessuno lo sapeva. Sembrava che l’entità che si era liberata dal ghiaccio perenne, non avesse uno scopo di conquista. L’unico suo interesse era quello di distruggere. Mishan si era imbattuto in almeno due grandi campi di battaglia, disseminati da corpi putrefatti e armi incrostate di sangue, e non aveva visto neanche un vessillo. Era come se le armate del nord non fossero state mosse da alcun desiderio di occupazione.
Il sole si stava abbassando. Era una di quei tiepidi pomeriggi di fine estate, e le giornate di stavano rapidamente accorciando. Malgrado tutti i pensieri che gli vorticavano nella testa, Mishan non poté fare a meno di storcere il naso per via di quell’odore. E più s’inoltrava all’interno della foresta, più diventava insopportabile.
L’iniziazione lo aveva formato definitivamente. Un uomo né alto né robusto, ma in completo controllo di ogni centimetro del suo corpo. Vestiva le pelli dei lupi e degli orsi, ma erano solo ornamenti per i suoi muscoli, che affioravano nudi e lucidi in tutta la loro avvenenza. Portava un arco lungo legato dietro la schiena e un’accetta da battaglia, piccola e fatale, arma rituale del suo popolo. Gli occhi erano allenati a captare i movimenti più sottili e a prevedere gli inganni dei paesaggi uniformi. Sulla neve tutto può succedere…
Mishan si arrestò nel mezzo al sentiero. Nessun rumore, nessun movimento, solo una strana, stranissima sensazione. Qualcuno o qualcosa lo stava osservando. Aguzzò la vista, cercando tra i riverberi della rugiadosa vegetazione. Le piante non avevano occhi, ma potevano nascondere il tuo peggior nemico…
Non era uno solo. Sentiva che erano tanti, che erano troppi. Rimase immobile ascoltando il suo respiro, controllando la paura. Le nocche gli si sbiancarono mentre stringeva il manico dell’accetta. Ma non poteva sperare di farcela da solo. Aveva bisogno di pensare, di capire, di vedere…
Una creatura bianca e glabra dalla forma vagamente umana fuoriuscì dalla foresta e lentamente, con un movimento eretto ma in qualche modo strisciante, si avvicinò a lui. Mishan intuì che ve n’erano decine di simili creature dietro gli alberi dai quali era comparsa quella. Restò fermo ma il braccio era pronto a scattare.
L’essere aveva la corporatura di un bambino con gli arti leggermente più lunghi e sottili, mani anch’esse lunghe e affusolate, ed era completamente nudo, ma privo di un riferimento sessuale. Il volto era senza bocca e aveva due orifizi per naso. Gli occhi si distinguevano appena in quella maschera lattiginosa, mentre gli orecchi erano piccoli e a punta, proprio come si diceva fossero quelli degli elfi.
Silenziosa e cauta, la figura opalescente si mise ad osservare il cacciatore, girandogli intorno, avvicinando la faccia alle sue membra come se volesse annusarlo. Il rituale andò avanti per qualche minuto, mentre Mishan rimaneva immobile come un cobra davanti alla preda.
Poi l’essere indietreggiò, sempre col suo fare strisciante, tornò da dove era venuto ma non dette mai le spalle al cacciatore. Continuò a fissarlo camminando all’indietro come un gambero, per poi dileguarsi tra la vegetazione. Mishan lasciò passare qualche minuto e poi il suo sesto senso lo avvertì che le creature se n’erano andate, e non vi era più pericolo. Così riprese il cammino.
Il bizzarro incontro lo convinse che non sarebbe stata una buona idea rimanere nella foresta per la notte. Ma ormai le ombre della sera si stavano preparando a fare il loro ingresso sul mondo, e neanche correndo indietro con tutte le sue forze sarebbe mai riuscito ad uscire prima del tramonto. Ricordava però di un fiume, segnato sulle vecchie mappe del capo villaggio. Quando era bambino adorava perdersi tra le righe sottili di quei quadri ingialliti, che indicavano terre misteriose e lontane. Asekor era chiamato nella sua lingua, il grande fiume meridionale, che nascendo dai ghiacci perenni viaggiava per centinaia di miglia verso sud, tagliando in due la foresta, e riversandosi infine nel grande mare. Se fosse riuscito a raggiungere le sue sponde, avrebbe avuto una via di fuga, nel caso le creature fossero ricomparse. Mishan era un abile nuotatore, e aveva la sensazione che quegl’esseri bianchicci non amassero l’acqua.
Allungò il passo, mentre la luce da bianca diventava gialla e poi arancione. Il fetore continuava a tormentarlo, ma ad un certo punto diventò più sopportabile, gli alberi persero quel rigoglio così innaturale e con suo grande sollievo udì il cinguettare di alcuni uccelli. La foresta sembrava nuovamente viva, ma Mishan non riusciva a capire perché. Quando finalmente percepì l’inconfondibile odore del fiume, comprese la ragione di quella trasformazione. Vicino ad Asekor, la foresta era ancora quella di sempre.
Il sole si spense nel remoto occidente, ma nel riverbero vespertino Mishan alzò un riparo per la notte. Si piazzò sulla riva del grande fiume, che a quell’altezza raggiungeva un larghezza di almeno duecento metri. L’immensa massa d’acqua, alimentata dai recenti temporali estivi, procedeva lentamente trasportando rami e detriti. Il cacciatore consumò una cena fredda e cercò un sonno leggero, quello tipico dei lupi solitari, che non possono permettersi compagni di viaggio che montino la guardia. Al minimo rumore sarebbe scattato in piedi, pronto a colpire.
Ma c’era una cosa che Mishan ignorava. Il fiume era ancora più antico della foresta, e conservava un segreto che trascendeva il tempo stesso, o almeno il tempo nel modo in cui gli uomini lo percepiscono. Il sonno lo rapì come un bambino, e viaggiò nei mondi di lato, osservando il vero ed il falso, la realtà e il sogno. Si svegliò ma stava ancora dormendo, e credendosi desto incontrò il Re del Fiume.
La foresta era giovane e il fiume scorreva lento. Un mattino di sole abbagliante, la rugiada fresca e gli uccelli nel cielo. Mishan guardò la figura avvicinarsi, un vecchio dal volto gentile con lunghi capelli lisci e scuri. Si accomodò di fronte a lui e incominciò a narrare una storia, ma come succede spesso nei sogni, pur volendo domandare o ribattere Mishan non riuscì a farlo. Rimase immobile davanti al vecchio ad ascoltare.
“Hai fatto la cosa giusta a venire da me. Io stanotte potrò proteggerti, ma domani riparti subito e lasciati alle spalle la foresta, perché anche se può sembrarti splendida e rigogliosa, sappi che in realtà è già morta. Esistono cose che si credono vive in eterno, ma che in realtà altro non sono che accanimenti alla vita. Gli elfi hanno abitato questi lidi per millenni e hanno creduto che ci sarebbero rimasti per sempre. È pur vero che la percezione del tempo per il popolo della foresta è oltremodo dilatata, ma anche per loro esiste un inizio e una fine. Kratoa, l’essere che ha mosso guerra a tutte le terre del sud, è stato l’avvento della loro fine. Non esistono spiegazioni che un uomo possa facilmente accettare. La vita è ciclica. Esistono stagioni di nascita, come la primavera, e stagioni di morte, come l’inverno. Gli elfi credevano in un estate imperitura, e si sbagliavano. Ma hanno rifiutato di scegliere di lasciare queste terre per un nuovo mondo, e come conseguenza sono rimasti prigionieri di questo. Né vivi, né morti, in una foresta che si crede viva ma puzza di morte. Fuggi uomo, e racconta questa storia, perché la gente sappia che la foresta è diventata malvagia, e solo il grande fiume ne ricorda ancora lo splendore. Addio!”
Mishan si svegliò e finalmente comprese che stava sognando, eppure quel sogno era in qualche modo più vero degli altri. Raccolse le sue cose e seguì il consiglio del Re del Fiume. Tornò velocemente sui suoi passi e prima che il sole fosse alto già era in vista delle praterie oltre la cintura di alberi secolari che delimitavano Uaki.
Volse lo sguardo verso la foresta prima di riprendere il cammino e lasciarsela definitivamente alle spalle. Gli sembrò di vedere una figura lattiginosa attraversare il sentiero che aveva appena percorso. Un brivido gli corse lungo la schiena. “La foresta vampira” pensò.
E da allora la gente la chiamò così.

GM Willo - 2009

lunedì 28 settembre 2009

IL FOLLETTO

Nel riflesso di uno specchio, dentro a un gioco di un bambino, dimora un folletto birichino.
È il bambino che lo muove, oppure è il folletto che guida la sua mano?
Vi giuro, non c’è niente di strano!
Cose di questo tipo succedono dappertutto, trasformano il bello nel brutto, ma più spesso il brutto nel bello.
Ho visto il riflesso correre lungo il muro bianco, l’ho visto sparire nella finestra e ritornare di fianco. Il bimbo gli andava dietro, rideva rapito. Il folletto sul muro correva divertito.
Una nuvola!
«Babbo, dove è andato il folletto?»
«Era stanco. È andato a letto.»

venerdì 25 settembre 2009

SEBASTIAN E LA REGOLA DEGLI ESTREMI


I.

Sebastian, primo cercatore e adepto del Tempio della Legge, non avrebbe mai creduto che sarebbe finita così presto. La ricerca dell’assassino dell’abate, nelle buie foreste del Mondo Mentale, avrebbe potuto protrarsi per mesi. Invece non era stato così.
I Maghi della Mente al servizio del Tempio erano stati scaltri. Dopo poche ore dall’accaduto erano riusciti a catturare il presunto colpevole, imprigionandolo nel Globo di Cristallo. E Sebastian, che solcando i freddi pavimenti dei sotterranei del tempio si dirigeva verso la prigione magica, pensava che forse neanche la sua ferra disciplina l’avrebbe trattenuto dall’impulso di scagliarsi contro colui che aveva ucciso l’amato abate. Stringeva i pugni mentre continuava il suo sicuro cammino. Nella sua mente rivedeva ancora l’immagine del maestro, la sua veste azzurra macchiata di sangue, il pugnale sacrificale piantato nel petto. Davanti a quella visione il cercatore aveva scoperto di riuscire a odiare. Un odio profondo, che precede la freddezza di un’azione calcolata.

Aveva raggiunto la porta della prigione quando la sua mente formulò il pensiero più profano: l’avrebbe ucciso… Ma la sua mano non voleva aprire quel chiavistello, non poteva. Se avesse ascoltato la sua rabbia si sarebbe abbassato alla stregua di quell’assassino. Così cercò di calmarsi, e gli insegnamenti del culto tornarono utili. Schiuse i pugni ed aprì lentamente fa porta.
L’assassino fluttuava a mezz’aria nella piccola cella di pietra, imprigionato in una luminosa sfera di vetro magico. La visione della donna paralizzò il Cercatore.
“Come avrei potuto ucciderla?” pensò Sebastian, richiudendo la porta alle sue spalle. E non riuscendo ancora a distogliere gli occhi da quella figura, si convinse che non doveva esistere un’altra simile bellezza su quella terra. Addormentata nel Globo di Cristallo, la fanciulla risplendeva in una veste cremisi, e i suoi neri capelli le scendevano delicati lungo il suo corpo perfetto. Era la Luna e il Sole insieme. E se pochi istanti prima l’adepto avrebbe voluto uccidere l’artefice di quel terribile misfatto, ora provava quasi paura a destarlo da quel sonno incantato.
Ma lei si svegliò da sola, come rapita da un misterioso incubo. I suoi occhi, come il mare in una notte senza luna, fissarono l’ammutolito Sebastian. Lui cercava di decifrare quegl’occhi, mentre strane sensazioni gli attraversavano la schiena. Era il ritratto della primavera e dell’estate, ma perdendosi nel suo sguardo, un freddo intenso gli ghermì l’anima.
Un brivido scosse l’Adepto. Con molta prudenza riuscì ad avvicinarsi alla prigioniera e incominciò a parlare.
«Il mio nome è Sebastian e sono il primo Cercatore del Tempio. Sei stata condotta in questa cella e rinchiusa nel Globo di Cristallo, perché sei accusata dell’assassinio del nostro abate, e di essere inoltre cultrice di arti magiche proibite. La prigione di vetro magico, come tu sicuramente saprai, annulla ogni incantesimo e quindi non ti sarà assolutamente possibile fuggire da qui. Come rispondi a queste accuse?»
Passarono alcuni istanti in cui Sebastian, rimanendo in silenzio, mantenne lo sguardo sul pavimento di pietra. Non ottenendo risposta, temette che non fosse stato udito, che il Globo di Cristallo avesse deviato il suono della sua voce. Sapeva però che non poteva essere così.
Poi, improvvisamente, la prigioniera rispose. La sua voce era calda e lussuriosa.
«Il mio nome è Diamante…» esitò un secondo «…e sono colpevole di ciò che mi accusi.»
In Sebastian affiorò un nuovo impulso di violenza che riuscì a sopprimere sul nascere. Riprese la parola.
«Sappi allora che sarai presto condannata dal nuovo abate. Dovrò comunque interrogarti sull’accaduto, se me lo permetterai. Nel caso tu ci venga in aiuto, é possibile che la tua condanna sia più clemente.
«Riconosco dai tatuaggi sul braccio sinistro che fai parte dell’oscura congrega che segue il Culto dell’Ombra Chiusa, ed è molto probabile che tu abbia solamente eseguito gli ordini dei Nove Maestri delle Ombre.
«Non avendo agito di tua iniziativa personale, è probabile che il nuovo abate ti condanni solamente a una morte veloce, salvandoti così dall’Annullamento.» La voce di Sebastian tradiva il tumulto emozionale di cui l’Adepto era preda. Un morboso interesse per quella donna disturbava le sue idee. Diamante, così chiusa e intoccabile, risplendeva come un cristallo dalle infinite sfaccettature. Era la Luce e le Tenebre, e Sebastian pensò al primo insegnamento del Culto della Legge:

Gli Estremi si osservano l’un con l’altro da distanze infinite
Ma se volgono lo sguardo indietro si scoprono accanto

Il globo emanava una luce soffusa che illuminava debolmente la cella. Diamante guardò nuovamente l’adepto. La sua rosea bocca accennò un sorriso. Era un sorriso indefinibile, ma presto Sebastian ne avrebbe scoperto il significato.
La voce di Diamante vibrò nella stanza.
«Caro Sebastian, come credete di potermi usare! Voi, primitivi stregoni, falsi adoratori. Voi che siete sempre meno e sempre meno convinti! L’Ombra Chiusa? Cosa potete capire voi dei segreti dell’Ombra? I riflessi dei pensieri, la telecomunicazione, i rapporti mentali. Come sono vergognosamente “aperte” le vostre menti! Che pudore e’ mai il vostro! Non capisci che non potrete mai condannarmi. I vostri maghi dovranno sciogliere il globo per potermi colpire, ed io avrò tutto il tempo per fuggire nuovamente nel Mondo Mentale. E questa volta non sarà così facile prendermi. Mi basterà solo un gesto.» Rise con una voce che era come scintille e cascate.
«Tu vuoi che vi aiuti? Che sciocco!» concluse la donna, continuando a ridere.
Mentre ascoltava quel suono argentino, Sebastian rifletteva sulla prossima mossa da fare. Diamante apparteneva all’Ombra, ma vi era qualcosa in lei che non poteva essere corrotta come le sue idee. Sebastian lo sapeva. Una tale bellezza non poteva essere completamente “chiusa”.
«Se è così che la pensi, significa che rimarrai lì dentro, a goderti l’immortalità del globo.» Adesso anche l’Adepto sorrideva. Aveva accettato la sfida, ma la donna non sembrava minimamente turbata dalla sua affermazione.
«Non potete trattenermi qui dentro per l’eternità. Il globo è mantenuto da un’energia mentale esterna e continua. Non potete sottoporre i poteri dei vostri maghi ad uno sforzo simile per un tempo indefinito. Secondo i miei calcoli, considerando il numero degli utenti di magia che si trovano in questa Rocca e la qualità dei loro poteri, credo che non rimarrò qui dentro per un periodo maggiore di quindici cicli di Luna. Non è vero Sebastian?»
Aveva ragione. Il Globo di Cristallo che annullava la magia, non poteva essere trattenuto in eterno. Sarebbe stato una perdita di tempo e di poteri. I suoi calcoli erano giusti.
Sebastian non sapeva cos’altro dire. Pensò che lei, perfida e magnifica, poteva essere amata ed odiata. Desiderava ucciderla e possederla. E mentre i suoi pensieri s’intrecciavano, pensò nuovamente alla prima regola del Culto. Doveva riflettere.
Fu con un gesto elaborato che Sebastian scomparve dalla cella, lasciando la prigioniera fluttuare nell’aria.

II

Sapeva di non potere dormire e difatti non ci provò neanche. Perso nelle sue riflessioni, Sebastian sprofondava lentamente nell’oceano degli enigmi. Pensava ai due Estremi; il Tempio della Legge e l’Ombra Chiusa. Potevano essere così vicini?
Lui era il primo Cercatore e solo il nuovo Abate aveva un potere superiore al suo. Lui doveva decidere. Ma la sua mente era in preda al caos.
Nel freddo della sua stanza, guardava la luce candele sul tavolo, cercando una risposta che non si trovava certo lì. Non sapeva se quello che Diamante gli aveva detto era la verità. Forse non sarebbe riuscita a fuggire prima di essere punita; prima di essere “annullata”. Poi, con grande orrore, scoprì che questo a lui non importava. Non riusciva ad ammettere a se stesso il suo desiderio.
Lui la voleva. L’avrebbe amata oppure uccisa. Non lo sapeva ancora, ma era certo che lui la voleva. E prima di aver deciso di voler tornare nella cella della prigioniera, l’adepto era già là.
Non ricordava se ci fosse arrivato per il potere del teletrasporto o attraversando i freddi corridoi del tempio. Non importava. Ciò che importava adesso era che lui era lì con lei, amabilmente addormentata.
Osservandola immaginò mille cose. Mille morti. Mille amori. Mille estremi.
Lei aprì gli occhi su di lui.
«Buongiorno» salutò lui con freddezza.
Lei lo guardò con distacco. Quello sguardo avrebbe potuto imprigionare qualsiasi animo, pensò Sebastian.
«Hai deciso di liberarmi, primo Adepto?» domandò lei con voce suadente.
Lui si avvicinò al globo. «No» rispose.
«Cosa farai allora? Aspetterai ancora qualche giorno per poter godere della mia bellezza?» lo derise lei.
«No» disse lui. «Ho deciso di entrare nel globo.»
La sua affermazione ebbe un effetto imprevisto sui pensieri di lei. Il suo sorriso svanì. I suoi occhi divennero freddi e infiniti. Poi una risata tenebrosa e sensuale percorse il silenzio.
«Hai deciso di trovare l’oblio» affermò Diamante ridendo ancor più forte. «Mi divertirò molto…» e la risata continuò a riecheggiare nei bui corridoi.

III

Tutto era pronto. I tre maghi che sostenevano il globo si trovavano attorno a Diamante, concentrati su Sebastian, che passo dopo passo si avvicinava a lei. Improvvisamente una porta argentea si materializzò sulla parete di cristallo. I maghi formulavano strani incantamenti. La porta si aprì leggermente e Sebastian varcò la soglia. Era davanti a lei.
E la porta si chiuse dietro di lui.

IV

Dopo che i maghi si furono allontanati su ordine del primo cercatore, i due rimasero nuovamente soli nella cella. La luce soffusa del globo illuminava i lineamenti dei due volti. Quello di lei; perfetto, misterioso e provocante. Quello di lui, risoluto ed insicuro al tempo stesso.
«Cosa vuoi fare adesso, Sebastian?» chiese lei squadrandolo con uno sguardo abissale. Ma lui non rispose. Era convinto che quello che stava facendo era bello e terribile. Era giusto ed ingiusto. Era vero e falso. Era bene e male. Erano i due estremi.
Si avvicinò a lei, e lei non si mosse. La prese tra le braccia con forza e delicatezza. Lei lo accolse senza dire una parola. Lui la spogliò della sua veste cremisi e lei fece lo stesso con lui. Erano avvinghiati come in una lotta. Nudi ed uniti l’uno con l’altra. E la luce e le tenebre divamparono dentro di loro, soffocando le loro menti.
Lui entrò in lei e lei entrò in lui, ed era quello che desideravano entrambi. Ma non era tutto. Le mani di lei che prima cercavano la passione, adesso cercavano qualcos’altro. Con una forza incredibile le dita di Diamante si strinsero attorno al collo dell’adepto, e Sebastian, travolto dalla passione e dall’odio, incontrò la gola di lei. Erano avvinghiati in una stretta fatale. Erano l’amore e la morte. Gli estremi che volgono il loro sguardo e si scoprono accanto.
Le strette si rafforzarono. Un gemito vibrò dalla bocca di entrambi, e all’apice dell’amore e del dolore tutto finì.
Il Globo andò in frantumi lasciando cadere a terra due corpi senza vita. Due estremità unite per sempre nella notte senza ritorno.

GM Willo 1995

martedì 22 settembre 2009

LA TORRE CHE DANZA NELLO SPAZIO E NEL TEMPO



Quel che rimaneva del crepuscolo andava perdendosi ad ovest, là dove il mare e le spiagge di Trygold si univano al margine di una striscia di terra sabbiosa. Rey-Hawk, dall’alto della scogliera a ridosso della costa, guardava dall’altra parte, una sporgenza di roccia bianca velata da una fitta nebbia color del vespro. Lassù presto sarebbe apparsa la sua meta. Aveva viaggiato molti mesi e cercato a lungo, ed infine era giunto fino alle sconfinate regioni settentrionali del Continente, fredde lande desolate dove i mari erano sempre inquieti, e gli uomini che le abitavano avevano un carattere scontroso ma fiero. In alto Aways, la luna azzurra, e Demhos, la luna rossa, gettavano lo sguardo su di lui e i suoi tre compagni di viaggio. Kya, la luna gialla, doveva ancora sorgere. Rey-Hawk, con la sua voce grave ma gentile, si rivolse agli altri.
«Dopo tanta fatica, credo che sia arrivato il momento di riposare. Il tempo prestabilito non è ancora giunto.» Detto ciò, posò a terra la sua sperana, il lungo bastone da Stregone-Guerriero munito di una corta e dura lama ricurva. Poi si accomodò in posizione di rilassamento, secondo le tecniche rituali della sua scuola. Lasciò che il vento gli scompigliasse i lunghi capelli grigi e gli accarezzasse i folti baffi. A occhi chiusi incominciò a cantare sottovoce un’ancestrale litania.
Gli altri, ormai abituati all’incantesimo di protezione che il capo del gruppo eseguiva ad ogni sosta, prepararono l’accampamento. Gereen, abile cacciatore delle terre dell’ovest, si avviò verso il vicino boschetto con la balestra in pugno. Aveva occhi buoni per cacciare anche nelle buie ore della sera, quando le ombre si fanno ingannatrici. Stepeleo il mezzo-goblin si occupò del fuoco. Quando la lingua di fiamma incominciò a danzare, i suoi occhi rossi luccicarono malignamente. Quella piccola creatura bastarda, al soldo dello Stregone, si era rivelata un buon servitore ed un ottimo scout. Poi vi era Oceana, adepta delle Sacerdotesse di Demhos, la luna rossa. Bellissimi erano i lineamenti del suo volto, nel quale dimoravano due occhi lunghi e penetranti. La sua pelle color del bronzo era cosparsa di curiosi tatuaggi, che rilucevano alla luce della luna. Lei preparò le vettovaglie, e benedisse il vino che versò in quattro coppe di bronzo.
Gereen tornò con dei conigli che il mezzo-goblin arrostì sul fuoco. Poi mangiarono e bevvero il vino benedetto, che addolciva la mente e rinvigoriva il corpo. Rey-Hawk si era fatto pensieroso e taciturno, mentre gli altri parlavano tra loro di leggende e vecchie storie, scherzando a volte per alleggerire l’atmosfera. Tutti quanti sapevano che, dietro un velo di nebbia sfuggente, uno strano destino li attendeva.

LA PENTOLA, IL GUFO E LA SORGENTE

Il gufo guardava la luna. Ogni notte la stessa cosa. Lui le chiedeva di venir giù, ma lei era timida, e si nascondeva dietro le nuvole. Allora il gufo imprecava disperato. L’amore è una brutta malattia.
Un giorno capitò uno straniero. Si assopì proprio sotto l’albero in cui dormiva il gufo. Il gufo si svegliò come al solito, dopo il tramonto, e si accorse di questo viandante, un tipo vestito di stracci e con un cappello a tesa larga.
- Lei cosa ci fa qui? – gli chiese, sporgendosi dal buco nel tronco che era l’ingresso della sua umile dimora.
- Cerco la sorgente… – rispose lo straniero, alzandosi e togliendosi il cappello.
- La sorgente del tempo? – chiese il gufo, che la sapeva lunga.
- Si. Ho barattato una pentola d’oro per sapere dove si trova. Spero di non essere stato ingannato – disse preoccupato il viandante.
Il gufo lo guardò con i suoi occhi giallissimi. Ormai era buio, e presto sarebbe dovuto uscire per cacciare. Ma quell’uomo lo incuriosiva. Un altro sognatore alla ricerca della mitica sorgente. Come se si potesse seguire semplicemente un sentiero per arrivarvi. La sorgente del tempo….
- No, al contrario. È sulla strada giusta. Ma permettetemi una domanda ancora. -
- Prego, signor Gufo. -
- Lei mi sembra un giovane in gamba. Come posso spiegare… Mi piace il suo cappello, ecco qua! Comunque, un tipo in gamba con un cappello come il suo perché dovrebbe barattare una pentola d’oro per sapere dove si trova la sorgente del tempo? –
- Beh, tutti vogliono sapere dove si trova la sorgente, no? -
- Appunto. E crede che una pentola d’oro possa bastare? -
Allo straniero sfuggì un mezzo sorriso. Il gufo si augurò che avesse capito. Poi si alzò in volo, scomparendo nel cielo scuro. La caccia iniziava…
Con l’oro non si compra la conoscenza. Al massimo si può rimediare una botte di vino, che non è male.
Lo straniero tornò a casa, deluso ma non affranto.
Il gufo invece tornò a guardare la luna.
- Dai, vieni giù! -
- Non posso, ho da fare…-
Che rizzacazzi, pensò.

GM Willo 2008

lunedì 21 settembre 2009

IL RISVEGLIO PIÚ DOLOROSO

«Questa non me la doveva fare!»
«Dai, non ti scaldare. Andiamo a farci un giro…»
«Eh, no, adesso me la paga!»
La chat-bath era schermata. Vi galleggiavano soltanto le diramazioni di Alex666 e HBTomahawk. Vibravano d’intensità variabili, alterate entrambe da droghe sintetiche e digitali. Bolle di sapone affioravano in superficie, esplodendo con un curioso “ploff”. Erano i banner di ultima generazione.
«Adesso gli entro nel deck e le friggo la fica!»
«Che cazzo dici! Dai, facciamo un salto al Volcano. Stasera deve esserci roba nuova.»
«Laggiù ci vanno gli stronzi, non lo sai. È pieno di spider, e le bambole che lo frequentano non sono altro che dei surrogati di fica, cosa credi? Vacci tu se vuoi, io preferisco farmi una sega…»
Alex666 aveva in circolo del God’s Opium mischiato a degli amplificatori di personalità. La sua ragazza gli aveva appena dato buca. Lui ci sapeva fare con le connessioni, conosceva le fognature della rete, poteva spiare attraverso le pareti, codificare i segnali in entrata, seguire le piste. L’aveva beccata a succhiare l’uccello di un professore. Il professor Crane del corso di lettere, per quanto poteva valere un corso di lettere, in una scuola allo sbando come la sua. A lui ci avrebbe pensato domani a rovinargli la carriera. Adesso voleva saldare i conti con lei… la stronza.
«Quel sudicio avrà almeno sessant’anni!»
«Ma che te ne frega! È solamente sesso teorico. Quei due non si sono neanche toccati. Davvero, non ti capisco!»
«Certo che non mi capisci. Perché sei uno stronzo come lei. Che differenza fa se lo fai su un letto oppure attaccato alla spina del tuo dannato processore. Lo fai, punto. La stronza ed io stavamo insieme, lo capisci questo? Lo capisci?»
«Ok, va bene! Ho capito. Che cosa vuoi allora?»
«Voglio uno di quei giocattoli»
«Cosa?»
«Un cazzo di occhiello, lo sai di cosa parlo!»
«Ma tu sei fuori!»
Gli occhielli erano dei gingilli proibiti. Li usavano le squadre governative per sedare gli animi in rete. Te ne agganciavano uno all’avatar ed eri finito. Causano la perdita permanente delle capacità induttive per la connessione. Il cervello non riesce più a riconoscere gli impulsi del deck. Hai finito di viaggiare fratello!
«Te ne è rimasto qualcuno, lo so!»
«Ascolta, quella roba è pericolosa. Se qualcuno riuscisse ad isolarlo potrebbe incastrarti. E poi risalirebbero a me. Ci sbattano dentro, amico, e ci strappano pure gli innesti. E a me non mi va di correre un rischio del genere!»
«Aspetta che carico la chat-bath di Amanda…»
«Che cazzo dici?»
«Il tuo fiorellino… ho da dirle un paio di cose. Le tue amichette del Volcano, ad esempio. Com’è che si chiamano? Samantha? Donna?»
«Non lo faresti…»
«Oh, certo che lo farei…»
«Stronzo!»
«Eh già!»
Una manciata di frame più tardi Alex666 viaggiava veloce nei corridoi alternativi della matrice. Schermava l’occhiello con un programmino di sua invenzione, lo specchio magico lo chiamava. Se qualcuno avesse provato a intercettare la sua proiezione, si sarebbe ritrovato davanti i propri codici d’accesso, che rivelavano l’identità dell’user. Avrebbe pensato ad un banale errore di sistema e avrebbe lasciato perdere la ricerca. Facile come cagare in piedi, si disse.
La stronza era ancora dentro. E chi la moveva quella. Fuori non c’era più nulla ormai. La grande recessione aveva trasformato il paese. Nelle strade si trovava solo desolazione, povertà, disperazione. Locali, negozi, centri commerciali. Tutto abbandonato. Tutto sbarrato. Per procurarsi da mangiare dovevi andare a fare la fila agli empori allestiti dal governo. Fuori era una merda, ecco cos’era.
E allora se volevi un po’ di svago dovevi trovartelo in rete. Le notti si passavano così a quei tempi, e sempre più spesso anche i giorni. La disoccupazione toccava livelli mai registrati prima. La violenza nelle strade era aumentata, insieme al disagio e alla sporcizia. No, era meglio starsene nella propria cameretta, a dormire il cybersonno.
Si stava rifacendo il trucco. Era pronta a riuscire, a succhiare qualche altro cazzo, pensò Alex666. Niente di male a farsi un videogioco. Quelli li usavano tutti, l’evoluzione della pornografia, un vero toccasana per le relazioni di coppia. Ma il sesso in rete tra due proiezioni non era molto diverso da quello reale. Anzi, poteva essere qualcosa di molto più intimo. Spesso gli avatar erano delle rappresentazioni più nude, più compiacenti, più aperte a nuove esperienze, e di conseguenza, paradosso dei paradossi, più vere. Ed Alex666 questo lo sapeva bene. Le avrebbe fatto passare la voglia, a quella troia!
Fece il suo ingresso nella private-room come una manifestazione paranormale, uno spettro del cyberspazio. Lei sussultò e gli sfuggì di mano il mascara. Acquistò lentamente consistenza, alto, longilineo, vestito di pelle nera. Un ciuffo gli ricadeva sugli occhi. Le mani sprofondate nelle tasche della giacchetta di pelle. Dentro una di quella vi era l’occhiello.
«Puttana!»
«Che cazzo vuoi?»
«Sei una puttana! Il professor Crane… quel vecchio bavoso!»
«Ma cosa dici? Ma sei fatto?»
«Ti ho vista nella chat-bath di Oregon, quel cazzo di social network per sfigati. Lui sul divano di velluto, te in ginocchio davanti a lui. E quella dannata musichina in sottofondo…»
Gli occhi di lei non potevano più nascondere il senso di colpa. Abbassò lo sguardo, ma lo rialzò immediatamente. La rabbia aveva preso il posto del dispiacere.
«Vaffanculo!»
Lui ci rimase male. Aveva creduto che si sarebbe messa a gridare, a disperare, a negare l’evidenza, forse addirittura a supplicarlo di non lasciarla. Invece lo aveva mandato a fanculo. No, questo era davvero troppo…
Le afferrò la mano. Lei reagì. Lui teneva l’occhiello in alto, una sottile fede d’argento dall’aspetto innocuo. Era pronto a mettergliela al dito, a tagliarli gli accessi, a confinarla per sempre nel mondo di fuori, quello vero, quello ormai perduto.
Un calcio nelle palle. Un banale calcio nelle palle. Perché un calcio nelle palle fa sempre male, sia fuori che dentro. Alex666, piegato in due dal dolore, si lasciò sfuggire l’anello. La stronza fu lesta ad afferrarlo e a metterglielo al dito. Il sogno svanì nel tempo di un click. Alex (solamente Alex) aprì gli occhi sul soffitto di camera sua. L’intonaco crepato, la serranda della finestra divelta, le cianfrusaglie in fondo al letto, la spia del deck accesa. Il più doloroso dei risvegli. La sua nuova realtà.
Alex realizzò tutto questo in una frazione di secondo. Udì i suoi genitori litigare nella stanza attigua. Nelle strade, dodici piani più in basso, gli arrivava il silenzio di un mondo in rovina. L’unico mondo possibile rimastogli.
Non ci pensò un secondo di più. E saltò.

GM Willo 2008

domenica 20 settembre 2009

L'ALBERO DI PERE

Il ruscello divideva il bosco. Sul lato ovest viveva l’orco Nando, su quello est suo cugino Lando. Ma l’albero di pere (le più succose di tutto il paese) vi cresceva proprio nel mezzo. Le radici affondavano da una parte, il tronco pendeva sul ruscello e le fronde piene di frutti ricadevano sull’altra sponda. Poiché i due orchi erano parenti non potevano farsi guerra, ed ignorando la matematica, non erano in grado di dividersi le pere. Perciò le guardavano marcire, e per sfogarsi terrorizzavano il paese.
Un dì venne un castoro col mal di denti che, abbattendo il pero, salvò il mondo.

GM Willo 2008 per 101 Parole